lunedì 2 marzo 2015

La dipendenza da gioco: un gran brutto "affare"!

Negli ultimi anni, a fianco alle tossicodipendenze 'classiche' si sono delineate nuove forme di dipendenza che possiamo definire 'comportamentali'. Tra queste, un posto di rilievo in termini di pericolosità sociale lo occupa la dipendenza da gioco.


Il gioco, o meglio, il gioco d'azzardo (è da questo tipo di gioco che si può facilmente diventare dipendenti) si caratterizza per la presenza di una posta. Il giocatore cioè versa un bene materiale o una certa somma di denaro che, una volta giocata, non può essere ritirata.
Inoltre, nel gioco d'azzardo, spesso la vittoria o la sconfitta non dipendono dall'abilitá del giocatore.
Si configurano quindi come giochi potenzialmente pericolosi "le macchinette", i "gratta e vinci", il bingo, il poker on line e così via.
La dipendenza da gioco somiglia in tutto e per tutto alla dipendenza da sostanze stupefacenti.
Infatti si caratterizza per alcuni aspetti che riguardano anche la classica tossicodipendenza.
Essi sono la dipendenza psicologica e la tolleranza.
La dipendenza psicologica è rappresentata dalla voglia, dal desiderio di giocare. La persona ha fantasie di successo, immagina una grande vincita. Ciò la spinge ad accostarsi per l'ennesima volta al gioco, nonostante magari abbia giá collezionato delle perdite.
La tolleranza è invece quel fenomeno per cui, per provare le sensazioni di eccitazione, "ebbrezza" sperimentate nei momenti iniziali di avvicinamento al gioco, l'individuo deve giocare sempre di più e sempre più spesso.
Esiste una sorta di 'carriera' del giocatore d'azzardo problematico.
Innazitutto va detto che esistono cause di tipo bio-psico-sociale che rendono in certo individuo più vulnerabile rispetto ad altri nello sviluppare una dipendenza da gioco. In queste persone quasi sempre il gioco inizia come per tutti, in modo casuale, magari in circostanze di tipo sociale. Poi in genere capita una grossa vincita, che induce il giocatore a pensare che vincere è possibile a magari anche facile. Da qui si assiste ad un aumento del tempo dedicato al gioco e del denaro investito. Contemporaneamente le perdite iniziano a farsi sentire. Il gioco diviene sempre più individuale e rappresenta a questo punto una fuga dai problemi che si sono venuti a creare in ambito economico, familiare e sociale in genere.
Se la 'carriera' prosegue il giocatore arriva ad accumulare sempre più debiti, arrivando a commettere anche reati ed azioni illegali aventi lo scopo di procurarsi altro denaro. Si arriva quindi ad una fase di disperazione che può portare alcune persone a decisioni anche drammatiche.
Invece, da qui, alcune persone decidono di chiedere aiuto e iniziare una fase di risalita, che le può condurre nuovamente ad uno stile di vita sano, anche se bisogna ricordare che, in qualsiasi persona abbia avuto una dipendenza, sia essa da una sostanza oppure da un comportamento, per tutto il resto della vita non è più possibile abbassare la guardia rispetto all'oggetto della dipendenza.
Il servizio pubblico, con il Serd, gli SMI privati, oppure dei terapeuti esperti in dipendenze possono aiutare chi ha problemi con il gioco d'azzardo e i suoi familiari a ritrovare la serenità

giovedì 5 febbraio 2015

Assertività e linguaggio del corpo


Dimostrare agli altri più sicurezza e sentirsi a proprio agio (il più possibile) nelle situazioni difficili. Quanti di noi vorrebbero ottenere questi obiettivi?
Ciò non è una cosa innata, nel senso che non si nasce preparati per affrontare nella maniera migliore delle critiche gratuite o eccessive o per sostenere un discorso delicato e difficile di fronte ad una persona di ruolo superiore sul lavoro.
Assertivi, cioè equilibrati, sicuri di sè nella comunicazione, si può però diventare.
In un altro post "Ciò che Giulia dovrebbe imparare: l'assertività" ho parlato di questi argomenti ma mi sembra giusto e opportuno affrontarlo nuovamente, poichè secondo me questo tema rimane sempre centrale in ogni interazione umana.
Oggi vorrei parlare del linguaggio del corpo più adatto da accompagnarsi ad un messaggio di tipo assertivo.
Sappiamo infatti che quando comunichiamo non utilizziamo solo le parole ma tutto il nostro corpo.
La comunicazione fatta con il corpo si chiama "comunicazione non verbale".
Essa comprende: le espressioni del viso, lo sguardo, la postura, cioè la posizione assunta dal corpo durante la comunicazione, la prossemica, cioè la distanza interpersonale tra i due interlocutori che comunicano fra loro, i gesti e anche l'abbigliamento utilizzato, che può essere più o meno adeguato a seconda del contesto in cui ci troviamo.
Con le espressioni del viso possiamo comunicare rabbia, ansia, felicità, e in generale qualsiasi tipo di emozione, anche se non tutte verranno prontamente riconosciute dal nostro interlocutore.
Le persone assertive decidono in genere di manifestare con l'espressione del viso l'emozione che stanno provando. Se vogliono comunicare a qualcuno che non intendono fare qualcosa, la loro espressione sarà seria, non eccessivamente "arrabbiata", ma nemmeno troppo sorridente e eccessivamente "gentile". Se vogliono complimentarsi con qualcuno lo fanno con il sorriso sulle labbra e con uno sguardo rivolto all'interlocutore, che comunica apprezzamento e stima.
Inoltre la persona assertiva sa quando non invadere lo "spazio vitale" dell'altro, sa cioè rispettare una giusta distanza interpersonale, che, approssimativamente, nel contesto italiano (in altre culture potrebbe essere diverso), è all'incirca di un metro.
Cioè, se voglio comunicare qualcosa di importante a qualcuno senza risultare invadente o dare l'impressione di voler prevaricare l'altro, devo mantenere una distanza da questo non inferiore a un metro. Se infrango questa regola, cioè se mi avvicino troppo, potrei dare l'impressione di una persona invadente, che vuole avere la meglio su chi mi sta di fronte.
Le persone assertive, in genere, sanno come adeguare la posizione del corpo alla situazione e, quando devono prestare attenzione ad un messaggio importante tendono ad avere una posizione del corpo che comunica accoglienza ed interesse, leggermente rivolta in avanti, verso chi sta parlando.
Un ultima accortezza riguarda l'utilizzo della voce nella comunicazione assertiva.
Chi vuole trasmettere sicurezza ed equilibrio non urla senza una ragione, ma nemmeno bisbiglia.
Se anche si è molto arrabbiati è importante sforzarsi di non urlare. Chi ci ascolta potrebbe spaventarsi e non riuscire più ad ascoltare ciò che stiamo dicendo.
E voi? Quanto riuscite a comunicare attenzione verso l'altro e sicurezza in voi stessi con il linguaggio del corpo? Quanto siete in grado di usare le caratteristiche della vostra voce in maniera adeguata?
 

martedì 27 gennaio 2015

Cinema e psicologia. Il caso Lorne Malvo


Ultimamente non sarà sfuggito agli appassionati di cinema e serie tv l'interessantissima serie "Fargo". All'interno della serie troneggia un cattivo su tutti: il terribile Lorne Malvo.
Inafferrabile, malvagio, calcolatore, astuto. Un perfetto...criminale.
 
Ma quali sono le caratteristiche di questo personaggio? Quale potrebbe essere il suo profilo psicologico?
Diciamo subito che si potrebbe fare l'ipotesi che ci troviamo in presenza di una persona con Disturbo Antisociale di personalità.


Le persone con questo disturbo non riescono a conformarsi nè alla legge, per cui compiono atti illegali, ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, nè alle norme sociali, per cui attuano comportamenti immorali e manipolativi, come ad esempio mentire, simulare, usare false identità.
E' questo il caso del personaggio di Malvo, che, per sfuggire al carcere finge di essere addirittura un ecclesiastico, e si premura di attrezzare siti internet con informazioni che gli reggano il gioco.
Un elemento distintivo del disturbo è l'assenza di senso di colpa o rimorso per le proprie azioni, per cui chi ne soffre può far del male a qualcuno e in seguito può restare emotivamente indifferente o dare spiegazioni superficiali dell'accaduto.
I rapporti con gli altri sono superficiali e manipolatori. Il soggetto antisociale può ad esempio mentire allo scopo di ingannare il prossimo, per avere dei vantaggi di tipo personale. L'opinione degli altri circa il proprio operato non conta e viene vissuta per lo più nella più totale indifferenza. Ciò accade poichè la visione degli altri da parte della persona è estremamente negativa. Il soggetto ritiene che se non colpisce per primo verrà attaccato e danneggiato. Questa è spesso anche la giustificazione rispetto alle proprie azioni. "Gli ho fatto del male perchè se lo meritava". "Gli ho fatto del male altrimenti, prima o poi, l'avrebbe fatto lui a me".
L'opinione di sè invece è apparentemente esageratamente positiva. Chi presenta queste caratteristiche può presentarsi come una persona forte e sicura di sè, disinvolta e a suo agio.
Ciò però non si basa su un'autostima reale e su un amore autentico per la propria persona. Ne è riprova il fatto che spesso l'antisociale si mette a rischio e si infila in situazioni pericolose, sottovalutandole, come ad esempio abuso di sostanze stupefacenti, guida spericolata, pratiche sessuali a rischio.
Il quadro tracciato corrisponde a quello di Lorne Malvo?
Secondo il mio parere molti aspetti del disturbo li ritroviamo in questo personaggio e, se incontrate un soggetto come lui un suggerimento banale ma sensato: statene alla larga.


mercoledì 12 novembre 2014

Il bambino oppositivo: comprenderlo, aiutarlo, gestirlo


I bambini con comportamenti di tipo oppositivo sono sicuramente di difficile gestione per un genitore. Sono solitamente spesso “in castigo”, sembra abbiano il potere di far arrabbiare tutta la famiglia. In termini psicologici, questo tipo di atteggiamento, se portato all’estremo, può configurarsi in un vero e proprio disturbo: il disturbo oppositivo provocatorio. Vediamo le sue caratteristiche.

I bambini con questo disturbo, che però deve essere diagnosticato da un professionista competente, da almeno sei mesi presentano almeno quattro fra le seguenti caratteristiche:

spesso vanno in collera

spesso litigano con gli adulti

spesso sfidano attivamente o si rifiutano di rispettare le richieste e le regole degli adulti

spesso irritano deliberatamente le persone

spesso accusano gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento

sono spesso suscettibili o facilmente irritati dagli altri

sono spesso arrabbiati e rancorosi

sono spesso dispettosi e vendicativi

Da numerose ricerche si è visto che i bambini con queste caratteristiche emettono i loro comportamenti a partire da alcuni stimoli, situazioni, fatti, che prendono il nome di “antecedenti”. Questi sono di solito cose che il bambino vorrebbe e mancano oppure cose che il bambino non vorrebbe e invece ci sono. A questo punto il bambino oppositivo emette i comportamenti di cui sopra. In genere i bambini con queste caratteristiche vivono tali situazioni (gli antecedenti) come “colpa”, coma causati da qualcuno (“è colpa tua”). Cioè qualcuno ha causato la mancanza o la presenza indesiderata. Quindi il comportamento oppositivo ha spesso il significato di “qui faccio come voglio io e tu non ti intrometti”. Spesso i bambini con queste caratteristiche hanno una visione particolare dell’autorità (rappresentata dai genitori, dalla maestra ecc.). Essi la vedono come qualcosa di negativo e ingiusto. L’autorità ingiusta quindi deve essere ostacolata e rimossa. Questo sembra essere il contenuto del pensiero dei bambini oppositivi. Quindi come fare per aiutarli? Come gestire il loro comportamento? Ecco qua alcune “buone prassi”.

1)      Essere giusti. Se il bambino litiga col fratellino piccolo perché quest’ultimo gli ha rubato un gioco non intervenire dicendo “lascia stare tuo fratello che è piccolo. Sei sempre il solito!”, ma riprendere il fratellino, che ingiustamente ha sottratto il gioco.

2)      Concordare le cose da fare. E’ meglio concordare con il bambino cosa si farà: Ad esempio dire. “Quando preferisci fare il bagno? Oggi pomeriggio o stasera?”

3)      Poiché i comportamenti oppositivi hanno la funzione di ridurre l’intrusività altrui e riprendere il controllo e di attirare l’attenzione delle persone vicine affettivamente, è importante dare attenzione al bambino quando non la chiede secondo modalità disfunzionali. Ad esempio quando il bambino è seduto tranquillo sul divano, avvicinarsi e parlargli amorevolmente.

4)      Rinforzare il bambino con lodi o piccole sorprese positive quando fa qualcosa di giusto. La lode o la sorpresa devono avvenire in un tempo vicino a quando il bambino si comporta bene e devono essere collegate al comportamento positivo. Ad esempio dire “Bravo che sei venuto con me a fare la spesa e ti sei comportato bene”.

5)      Mettere il bambino in “time out” (allontanarlo nella sua stanza ad esempio) per qualche minuto, quando si comporta palesemente in maniera aggressiva e scorretta.

martedì 28 ottobre 2014

La depressione: cos'è, quali le cause, come superarla


La depressione è una della problematiche psicologiche più diffuse dei nostri tempi. Da numerose indagini, infatti, risulta che dal 4 al 10% degli adulti , il 2% dei bambini e il 4% degli adolescenti ha in un anno un episodio di depressione che dura almeno due settimane. Complessivamente, circa il 15% delle persone ha un episodio di depressione almeno una volta nella vita. Più episodi depressivi si sono avuti, più è facile averne di nuovi, se non ci si cura in modo adeguato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fra tutte le malattie, la depressione è al quarto posto come importanza per le sofferenze e il rischio di disabilità che comporta.
E’ importante distinguere la depressione dalla tristezza, che capita a tutti di sperimentare talvolta, poiché la depressione è una forma di tristezza molto profonda, duratura ed invalidante.




Ma in cosa consiste la depressione? Quando possiamo dire di una persona che “è depressa”?

Innanzitutto, chi sperimenta questa condizione ha un umore triste e melanconico per la maggior parte del giorno quasi ogni giorno. La persona cioè appare differente rispetto a prima e passa buona parte della giornata nell’isolamento o nel pianto o persa nei suoi pensieri. Nei bambini e negli adolescenti l’umore può diventare irritabile.
Inoltre, la persona che si ammala di depressione perde l’interesse verso ciò che prima le piaceva e la faceva stare bene. Non è infrequente notare come persone che provavano piacere nello stare in compagnia diventino solitarie e arrabbiate col mondo o persone che amavano camminare o dipingere che riferiscono di non essere più interessate a fare quello che facevano prima.
Infine possono comparire anche altri sintomi: variazioni di peso, cambiamento nelle abitudini riguardo al sonno, maggiore agitazione o, al contrario, maggiore lentezza nel fare le cose, mancanza di energia e sensazione di fare un’enorme fatica per compiere i normali gesti quotidiani, sentimenti di colpa o di autosvalutazione, difficoltà di concentrazione, difficoltà nel prendere le decisioni, e infine pensieri ricorrenti di morte o idee suicide.
Tutti questi sintomi nella depressione sono talmente forti da compromettere notevolmente qualità della vita (ad esempio la persona non riesce più a relazionarsi con gli altri, a lavorare, a condurre la sua vita in modo adeguato e soddisfacente). Non si può parlare di depressione se a causare questi sintomi è l’uso di qualche sostanza stupefacente o se la persona si trova in una condizione di lutto. Infatti, quando si perde una persona cara ci sono dei momenti in cui compaiono dei sintomi simili a quelli sopra descritti ma, in genere, tendono a scomparire spontaneamente nell’arco di alcuni mesi.

Ma da dove arriva, perché nasce la depressione?
Di preciso non è ancora stata trovata un’unica causa. Le teorie principali sono biologiche, genetiche e sociali. A livello biologico nelle persone depresse c’è una minore produzione da parte del cervello di alcune molecole responsabili del “buonumore”. Negli anziani la depressione può essere provocate anche da carenza alimentari o dagli effetti collaterali di alcuni farmaci.
A livello genetico si è visto che i parenti di primo grado di una persona con disturbo depressivo maggiore hanno un rischio di due o tre volte più altro di avere nella loro vita un episodio depressivo. Si dice quindi che c’è una familiarità per i disturbi di questo genere.
Inoltre ci possono essere altre cause: separazioni coniugali, uscita dei figli di casa, difficoltà familiari in genere, malattie fisiche, difficoltà scolastiche, problemi lavorativi, trasferimenti, problemi legali, problemi economici.
Talvolta, anche momenti in apparenza lieti come la nascita di un figlio o una promozione sul lavoro possono essere motivo di depressione, se la persona non si sente all’altezza della situazione o vede la realtà che lo circonda come estremamente difficile e senza possibilità di miglioramento.

Quali sono le conseguenze della depressione?
La depressione non investe soltanto la persona che la sperimenta, ma ha conseguenze negative anche su chi le sta intorno. I familiari infatti possono essere preoccupati e magari anche un po’ infastiditi dal suo comportamento, poiché la depressione si accompagna a lamentosità e irritabilità.. A volte poi, si verifica quello che si chiama “contagio emotivo”: il “cattivo umore”, per così dire “passa” da una persona all’altra e così, anche chi non era depresso, si trova suo malgrado a parlare e a sorridere di meno. Nei giovani la depressione si può associare all’uso/abuso di sostanze stupefacenti e alcool, che, ovviamente, non fanno che peggiorare la situazione nel suo complesso. Un problema che si riscontra talvolta associato alla depressione è un vissuto di vergogna rispetto alla propria condizione. Per qualcuno non essere al massimo, in una società che esalta le prestazioni ad ogni costo, diventa motivo di auto denigrazione. Chiaramente la vergogna per la propria situazione non solo è inutile (dato che la depressione è una malattia, sarebbe come se una persona si vergognasse di avere la febbre) ma anche dannosa, perché ritarda il momento in cui la persona decide di chiedere aiuto e curarsi. Paradossalmente, chi accetta di essere depresso trova più semplice affrontare e sconfiggere la depressione.

Cosa si può fare per sconfiggere la depressione?
Oltre al supporto farmacologico, che deve essere chiaramente prescritto e monitorato da un medico, a livello psicologico è possibile, per chi soffra di depressione, mettere in pratica le seguenti strategie:

-       Cercare di fare ogni giorno una piccola cosa piacevole. Questo perché nella depressione si perde il senso del piacere e ogni cosa sembra faticosa e difficile. Recuperare qualche momento piacevole serve per dimostrare a se stessi che la vita non è poi così brutta.

-        Cercare di trascorrere una parte del proprio tempo con qualcuno con cui si sta volentieri. Questo perché l’affetto e il riconoscimento delle persone aumenta la sensazione di valore personale e accresce il desiderio di mettersi nuovamente in contatto con gli altri.

-         Cercare di fare, se possibile, una piccola quantità di attività fisica, ogni giorno, poiché è stato riportato in numerosi studi come il movimento, in assenza di controindicazioni di tipo medico, possa avere un ruolo nell’innalzare il tono dell’umore.

-         Non porsi obiettivi troppo elevati da raggiungere. Ad esempio, se una persona depressa volesse pulire casa sarebbe meglio si fissasse degli obiettivi intermedi e da raggiungere gradualmente. Per esempio, potrebbe dedicarsi un giorno alla pulizia dei pavimenti, l’indomani a quella dei vetri ecc.

-         Fare attenzione al proprio modo di pensare e cercare di modificarlo (questo potrebbe richiedere l’aiuto di uno specialista). Si è visto come chi soffre di depressione tende ad esagerare in senso negativo, inconsapevolmente, la visione di sé, del mondo e del futuro. I pensieri negativi fanno peggiorare sempre più il tono dell’umore. Riconoscere questi pensieri esagerati e disfunzionali e sostituirli con altri più realistici e funzionali è molto importante.

 
Infine qualche suggerimento per i familiari che hanno tra i propri cari qualcuno che manifesta i sintomi sopra descritti:


-         Non sdrammatizzare: non dire “ma dai, cosa vuoi che sia?”, non far sentire in colpa “potresti avere tutto per essere felice e invece?”, non esortare a cambiare facendo credere alla persona che “con un po’ di forza di volontà potrebbe farcela”. In realtà non è così semplice e , se la situazione perdura, meglio rivolgersi ad uno specialista.

-         Cercare di essere rispettosi. Non dimentichiamoci che abbiamo di fronte una persona che soffre.

-         Proporre delle attività che siano gradite per la persona. Come si diceva sopra, è importante per la persona ritrovare il senso del piacere.

-         Ricavare del tempo per sé. Poiché stare a fianco di una persona depressa può essere molto difficile, è importante ritagliarsi degli spazi piacevoli solo per sé, in cui “ricaricare le batterie”.

 

 

 

 

 

lunedì 15 settembre 2014

Le conseguenze dell'ansia patologica

Una delle principali conseguenze dell'ansia patologica (eccessiva, che viene sperimentata troppo spesso e troppo intensamente) è l'evitamento. La persona, cioè, sceglie di evitare le situazioni che le causano ansia, nel tentativo di proteggersi dai pericoli percepiti.
A volte l'evitamento riguarda anche i pensieri di tipo ansiogeno. L'individuo sceglie cioè di "non pensare" a ciò che lo preoccupa, rendendosi però conto che il "non pensarci" è impresa assai ardua. Inoltre evitare le situazioni che provocano ansia non permette di risolverle e di scoprire, in molto casi, che il pericolo che veniva percepito non era poi così grosso, così importante come si pensava.
Un'altra conseguenza dell'ansia eccessiva, legata strettamente alla precendente, è il rimandare le cose da fare che causano preoccupazione. Se qualcosa ci turba, ma lo dobbiamo fare, è certo che quel qualcosa finirà in fondo alla lista degli impegni. Anzi, se qualcuno lo fa al posto nostro, tanto meglio.
Il problema è che rimandando all'infinito la risoluzione dei problemi o evitandoli non ci rendiamo nemmeno conto che, con un pò di sforzo, quei problemi in realtà noi siamo in grado di risolverli. Se non li affrontiamo mai ci rimarrà la spiacevole sensazione che le cose sono più grandi di noi e che siamo impotenti rispetto ad esse. 
Inoltre l'ansia patologica si accompagna spesso con un fenomeno che si chiama "catastrofizzazione". Chi è molto ansioso, cioè, percepisce le conseguenze delle proprie azioni o di ciò che potrà accadere come una vera e propria catastrofe e i pensieri che affollano la sua mente sono del tipo: "se dovesse accadere ciò di cui ho paura sarebbe terribile, non potrei proprio superarlo".
Nella maggior parte dei casi, però, dopo un'attenta riflessione, si scopre che ci sono ben poche situazioni realmente insuperabili e che di fronte alla maggior parte dei problemi esistono soluzioni realmente praticabili.
Questa sono alcune tra le conseguenze principali dell'ansia eccessiva.
 
 
 
 
 
Ad Ottobre terrò presso il mio studio di Piancogno due incontri rivolti ad un piccolo gruppo di partecipanti in cui sarà possibile approfondire e personalizzare il tema del vissuto personale dell'ansia e capire come contrastare attivamente i pensieri ansiogeni. Chi fosse interessato a partecipare può trovare la locandina dell'evento nella sezione "prossime iniziative".

mercoledì 23 luglio 2014

Ansia: se la conosci...



Spesso nel mio lavoro mi trovo a che fare con persone che soffono di ansia eccessiva. Ma cos'è l'ansia? E quando si può definire "esagerata"?
L'ansia è un'emozione legata alla sensazione che qualcosa di brutto sta per accadere o accadrà nel breve periodo. Come tutte le emozioni, essa serve a qualcosa, altrimenti non esisterebbe.
A cosa serve quindi l'ansia? Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che essa è simile alla paura. Ansia e paura sono "sorelle" e servono per avvisarci che c'è un pericolo e che bisogna fare qualcosa per affrontarlo. Provate a pensare che state attraversando una strada trafficata. Improvvisamente verso di voi sopraggiunge un camion a forte velocità, che non accenna a rallentare. Se in quell'occasione non provassimo paura non avremmo la prontezza di correre il più velocemene possibile sull'altro lato della strada per metterci in salvo. Quindi l'ansia e la paura ci servono per difenderci dai pericoli.
Anzi, in alcune circostanze un certo livello di ansia ci permette di rendere al meglio. Proviamo a pensare se dovessimo sostenere un colloquio di lavoro e non provassimo per niente ansia. Non ci importerebbe molto del colloquio, non presteremmo attenzione all'interlocutore nè a ciò di cui stiamo parlando e probabilmente non riusciremmo a superare positivamente la situazione.




Ma cosa accade quando ansia e paura si presentano in situazioni in cui ci rendiamo conto oggettivamente che grossi pericoli non ce ne sono? Oppure quando occorrono troppo frequentemente in modo da condizionarci la vita e impedirci di fare delle esperienze che riteniamo "normali", importanti per noi o che comunque vorremmo fare?
Se siamo in una di queste situazioni (cioè di ansia sperimentata troppo frequentemente o in casi in cui riconosciamo che effettivamente il pericolo non c'è o non è tale da giustificare una reazione ansiosa esagerata oppure se ci rendiamo conto che stiamo evitando molte situazioni per paura che qualcosa di grave possa accadere) ci troviamo nel campo dell'ansia esagerata o "patologica".
Nel prossimo post vedremo meglio quali sono le conseguenze dell'ansia patologica.


immagine da insiemedap.it