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martedì 22 gennaio 2019

Università e paura degli esami: come superarla?

Può capitare che un ragazzo che frequenta l'università, fin da subito o dopo un pò di tempo possa sviluppare una vera e propria paura di dare esami, che può portarlo anche, nei casi peggiori, a decidere di interrompere il proprio percorso di studi. 

Come si può spiegare questo atteggiamento?

Solitamente la causa di questa paura è una minaccia percepita all'autostima. Il ragazzo cioè, ritiene che se l'esame andrà male o se non sarà rispondente alle proprie aspettative, il proprio valore personale verrà meno, o agli occhi delle persone per lui significative, o ai propri stessi occhi. 

E' importante quindi razionalizzare le proprie paure per ridimensionare da un lato l'importanza data all'esame, dall'altro per valutare correttamente le proprie capacità e la propria preparazione.



immagine su skuola.net



Ecco quindi alcune strategie che possono essere utili in tal senso:

1) Vedere l'esame in modo meno assoluto e minaccioso. L'esame non valuterà la tua persona nel complesso, ma solo la preparazione in quello specifico argomento. Esso può essere una prova, che può insegnare qualcosa su di te, su come reagisci alle difficoltà e può dirti come puoi eventualmente migliorare nelle lacune nello studio.

2) Conoscere ciò che gli esami richiedono. Su cosa si concentra maggiormente il docente? Vuole sapere tutto (molto improbabile) o si concentra nello specifico su una parte del programma? Per questo è importante andare a lezione, per capire cosa vuole sapere in particolare da te quel docente in sede d'esame.

3) Visualizzarsi positivamente. Prova ad immaginare te stesso nella situazione d'esame. Immagina le domande che il docente potrebbe rivolgerti mentre rispondi ad esse in modo positivo. Prova a rivolgere concretamente a te stesso delle ipotetiche domande e a rispondere ad esse a voce alta. Immagina anche delle domande "trabocchetto" che potrebbero metterti in difficoltà e prova a rispondere anche a queste. Questo potrebbe aiutarti a farti sentire più sicuro di poter affrontare anche eventuali situazioni difficili.

4) Dividere i paragrafi da studiare secondo il criterio "facile"- "difficile". Alcuni paragrafi del libro sono più semplici, si ricordano facilmente, altri più difficili. Se differenzi il materiale da studiare non ti sembrerà di avere una mole enorme di lavoro da fare ma il tutto sembrerà più fattibile da affrontare. Potrai concentrarti maggiormente sulle parti più difficili e curarti molto meno del resto.

5) Studiare in modo attivo. Prendere appunti a lezione, fare schemi, riportare a lato del paragrafo le parole chiave più importanti portano ad un'elaborazione cognitiva più approfondita, che ti consente di apprendere e memorizzare più velocemente ed efficacemente quanto letto. 




immagine su comestudiare.info


Il giorno dell'esame:

1) Cura la tua immagine. No ai vestiti troppo stravaganti, succinti. Attenzione a dare un'immagine di te adatta al contesto in cui ti trovi. Sembra una banalità ma moltissimi docenti notano aspetti dell'abbigliamento "poco consoni" e ciò può indurli, anche involontariamente, a farsi un'idea di te che può non essere quella corretta ma che può in qualche modo influenzare l'esito dell'esame

2) Non pretendere di arrivare con un livello di ansia pari a zero. Una certa ansia, più elevata del "normale" è più che comprensibile e in una certa misura può aiutarti a dare il meglio di te. 

3) Non credere alla sensazione "non mi ricordo nulla". Non basarti su di essa per inferire previsioni negative rispetto all'esito dell'esame. E' normale avere questa sensazione e ciò non significa che nella memoria a lungo termine (quella in cui si sono depositate le informazioni apprese un pò alla volta nel corso del tempo) non ci sia nulla. 
Per spiegare questo concetto prova a pensare alla tua padronanza di una lingua straniera che hai studiato piuttosto bene nel passato ma che attualmente non stai parlando. Nel momento opportuno, ad esempio durante una vacanza all'estero, è molto probabile che ciò che ti sembrava dimenticato riaffiori alla memoria e che tu possa padroneggiare quella competenza appresa molto tempo prima.

Per finire: in bocca al lupo per il tuo prossimo esame!

mercoledì 25 luglio 2018

Un caso di encopresi

Luigi è un bambino di 4 anni (ogni riferimento che possa rendere identificabile la persona è stato tolto) che ha avuto uno sviluppo psicofisico nella norma. Anche il controllo sfinterico fino a qualche mese fa era normale. Poi, in seguito ad una vacanza con i cuginetti qualcosa è cambiato.

Luigi infatti rifiuta di scaricarsi e passano anche tre o quattro giorni senza che riesca a farlo. 
Alla fine ci riesce ma con molto dolore e anche molta paura di sentire quel dolore.

Inutile dire che in famiglia il momento dell'"andare in bagno" è ora vissuto con molta ansia, emozione che ovviamente "passa" al bambino e che non fa altro che complicare ulteriormente il quadro della situazione. 

I genitori di Luigi hanno un pò indagato e hanno scoperto che durante la vacanza al mare non era possibile chiudere a chiave la porta del bagno e questo aveva creato nel bambino la paura che qualcuno potesse accedere ai servizi mentre lui era all'interno. 

Questa paura aveva fatto si che la normale attività di evacuazione fosse cambiata perchè il bambino aveva evitato il più possibile di accedere al bagno per scaricarsi. 

Da lì si erano verificati i seguenti problemi:

1) ritenzione e accumulo di materiale fecale con dolore e conseguente paura di scaricarsi

2) perdita di parte del materiale fecale in situazioni inopportune (era capitato in più occasioni che si sporcasse gli indumenti) con conseguente ansia e vergogna da parte del bambino e dei suoi genitori

3) rifiuto di andare in bagno, sia alla scuola materna che a casa

4) limitazioni nella libertà dell'intero nucleo familiare, che non si sentiva più libero di uscire per qualche ora o per un week end fuori casa per paura che potessero verificarsi "incidenti" di cui sopra.


un caso di encopresi
immagine su nostrofiglio.it


Come ho impostato il lavoro con la famiglia di Luigi?

Innanzitutto ho scelto in questo caso di vedere in un primo momento esclusivamente i genitori di Luigi, questo per non accentuare la vergogna che il bambino già provava per la situazione che stava vivendo. 

Li ho rassicurati circa una possibile soluzione del problema. Infatti questa situazione aveva le caratteristiche per essere trattata in maniera positiva (non era presente da troppo tempo, i genitori sembravano molto collaborativi). Questo ha contribuito a renderli meno ansiosi e più tranquilli nell'approccio al problema del figlio.

Ho consigliato ai genitori di parlare con la pediatra per chiedere una consulenza in merito all'utilizzo di lassativi specifici per bambini. Questi prodotti hanno il vantaggio di rendere le feci morbide e di impedire la costipazione, cioè l'accumulo di materiale fecale nell'intestino. Inoltre ho suggerito di chiedere suggerimenti rispetto alla dieta più adeguata per favorire un adeguato transito intestinale.

Ho effettuato con loro delle sedute di psicoeducazione (trasmissione di informazioni corrette circa un fenomeno psicologico o fisico con risvolti di tipo psicologico). Durante queste sedute ho chiesto loro:

- di invitare Luigi ad andare in bagno dopo circa 15 minuti dalla fine di ogni pasto. Questo infatti è il momento più favorevole all'evacuazione.

- di premiare utilizzando la token economy ogni situazione di successo, cioè ogni volta che Luigi fosse riuscito a scaricarsi. In questo modo abbiamo cercato di modificare l'assetto emotivo del bambino facendolo passare da una condizione di ansia ad un atteggiamento di maggiore positività.


Con questi suggerimenti, e con il contributo della pediatra, nell'arco di due mesi  Luigi ha risolto i problemi di encopresi e le sottostanti emozioni negative. Tutta la famiglia inoltre ha recuperato tranquillità e libertà.

Cosa potete fare se il vostro bambino ha i problemi di Luigi?

1) Prima di tutto parlate col vostro pediatra di fiducia che potrà escludere eventualmente una problematica di tipo fisico-medico e potrà consigliarvi su cosa fare in prima battuta.

2) Non sgridate il bambino nel caso in cui si dovesse sporcare. Non dimenticate che è lui in primis a vergognarsi e a vivere negativamente ciò che sta capitando.

3) Rivolgetevi ad uno psicologo esperto di queste problematiche nel caso in cui sia accertata una componente psicologica nel mantenimento del problema o concomitante allo stesso. 



martedì 22 maggio 2018

Attacchi di panico: sono davvero pericolosi?

Spesso lavoro con persone che soffrono di attacchi di panico e la sensazione che mi riferiscono più spesso è la paura che possa capitare loro qualcosa di pericoloso durante questi episodi acuti ed intensi di ansia. 

In effetti le sensazioni che si provano durante un attacco di panico sono veramente forti e spiacevoli ma siamo veramente sicuri che siano pericolose per l'incolumità della persona in quel momento?
Vediamo di affrontare razionalmente questa convinzione.

sintomi dell'attacco di panico
immagine su psicoadvisor.com

Un ragazzo di 20 anni incontrato di recente mi riferiva della paura di svenire durante un attacco di panico. Mi riportava tra i sintomi dell'attacco la sensazione di testa vuota, di giramento di testa e di offuscamento della vista e ogni volta questi sintomi si accompagnavano appunto alla paura di perdere i sensi. 

Ragioniamo però sulle condizioni che portano una persona a svenire. 

Quando si sviene? Quando la pressione sanguigna  è alta o bassa? 

Senza ombra di dubbio quando la pressione è bassa. Quando la pressione del sangue è alta, cosa che si verifica durante un attacco di panico, la situazione che si verifica non è generalmente compatibile con uno svenimento. Quindi sicuramente la sensazione che la persona sperimenta è di poter svenire da un momento all'altro ma la realtà è ben altra cosa. 

Un altro timore di molte persone con attacchi di panico è di poter avere un "attacco di cuore". 

Ma cos'è un attacco di cuore? E' veramente simile a ciò che accade nel corpo durante un attacco di panico?

Un attacco di cuore si verifica quando il cuore non riceve più un flusso sanguigno adeguato, per varie cause. Invece durante un attacco di panico il sangue circola molto velocemente e già da qui capiamo che non è possibile che attacco di cuore ed attacco di panico siano la stessa cosa. Certo, alcune tra le sensazioni sperimentate sono simili ma la loro causa e le loro conseguenze sono ben diverse.
Inoltre durante un attacco di panico viene prodotta dal corpo una grande quantità di adrenalina, che, guarda caso, è proprio la sostanza che viene somministrata a livello ospedaliero quando un paziente presenta un attacco di cuore. Quindi come potrebbe essere che l'adrenalina in un caso fa smettere di battere il cuore e in un altro caso lo fa riprendere a funzionare? Nella tesi che un attacco di panico farebbe fermare il cuore c'è qualcosa che non torna. 

sintomi dell'attacco di panico
immagine su psicologionline.it

Un altro sintomo che generalmente spaventa chi soffre di attacchi di panico è la sensazione di "stretta alla gola" con la conseguente paura che la gola si possa chiudere fino a "soffocare" la persona. 

Anche qui proviamo a ragionare. Quando la gola si chiude (in assenza di una patologia di tipo medico preesistente)? Quando qualcosa la ostruisce. Ma se in gola non c'è nulla come fa questa a chiudersi e ad impedire il respiro? 
Anche qui c'è una bella differenza tra una sensazione di soffocamento, che è tra i sintomi dell'attacco di panico, e il soffocamento vero e proprio.

Quindi è molto importante fare una distinzione tra "mi sembra di..." "ho la sensazione di" e un dato di fatto reale e clinicamente rilevante. Sicuramente un attacco di panico (e a maggior ragione più attacchi di panico) è un'esperienza dolorosa e spiacevole ma non è realmente una situazione pericolosa per il paziente. Anzi, alcuni miei pazienti con attacchi di panico, riuscivano così bene a dissimulare la loro condizione (ad esempio per vergogna) che chi li circondava non si accorgeva nemmeno di cosa stessero provando in quel momento. 


Se io quindi mi convinco che non sono realmente in pericolo quando ho un attacco di panico posso anche accettare di mettermi in gioco in tutte quelle esperienze che temo perchè penso che facendole potrei avere un attacco di panico. E nel momento in cui le faccio (certo, le prime volte con fatica) e vedo che riesco, che non mi succede nulla, l'ansia pian piano diminuisce e gli attacchi di panico si riducono sempre di più.


martedì 12 dicembre 2017

Sintomi fisici e ipocondria

È molto che non aggiorno il blog a causa di un intenso periodo lavorativo "sul campo" ma ci terrei a portare oggi un tema che è molto interessante e che mi capita molte volte di riscontrare nel lavoro con i miei pazienti.
Mi riferisco a come vengono interpretati alcuni sintomi fisici da parte di persone che soffrono di ipocondria o che comunque hanno preoccupazioni molto intense rispetto alla propria salute in assenza di oggettivi riscontri medici.
Immagine da mypersonaltrainer.it

Capita spesso che si creino dei circoli viziosi ad esempio di questo genere:
la persona si sente ansiosa (spesso è un ansia di tratto, il che significa che il paziente è "fatto così") e nota alcuni segnali del corpo (ad esempio tremori, dolore al petto, nausea, mal di stomaco) e attribuisce tali sintomi non ad una condizione ansiosa, ma ad una malattia organica.
Ovviamente da qui la persona, agitandosi ulteriormente, va a peggiorare quelle sensazioni fisiche, convincendosi ancora di più che c'è qualcosa che non va.
La peculiarità del ragionamento dell'ipocondriaco poi è di ricondurre tali sintomi alla presenza di una grave malattia (solitamente tumori, malattie degenerative ecc). Le eventuali ipotesi minori (malattie meno gravi, ansia...) non vengono prese in considerazione.
Un ruolo importante in questo senso è quello di internet. Oggi tutti noi abbiamo a disposizione moltissime informazioni che però purtroppo non sono filtrate, sono generali, tanto che se viene digitato in Google "mal di testa" compaiono tantissime informazioni che paventano situazioni che arrivano fino al tumore. La persona ipocondriaca si concentrerà sicuramente sulle informazioni più catastrofiche, aumentando esponenzialmente il proprio livello di ansia.
Un ulteriore errore che il paziente ipocondriaco compie è di concentrarsi molto sui sintomi che lo spaventano. Portare l'attenzione su quei sintomi li rende sempre più evidenti e sempre più spaventosi. 
Quindi una parte importante del lavoro con chi soffre di eccessive preoccupazioni per la propria salute è insegnare a distinguere tra sintomi di una malattia e sintomi dell'ansia, che vengono erroneamente interpretati. Questo aiuta il paziente a "rimettere le cose al proprio posto". Una cosa è l'ansia, fastidiosa ma benigna, una cosa è una malattia fisica. 
Un secondo obiettivo del lavoro riguarda il divenire consapevoli che le ricerche dei propri sintomi in internet non producono effetti positivi sull' ansia. 
Questo aiuta la persona a comprendere che alcuni comportamenti, del tutto in buona fede, non aiutano. 
Un'altra parte molto importante è insegnare al paziente a ragionare ad "ampio raggio", tenendo presenti tutte le possibili cause di un determinato sintomo, non solamente le peggiori che vengono alla mente. 
Questo modo di ragionare è molto importante perché è più razionale e aderente alla realtà rispetto al focus ristretto del ragionamento ipocondriaco. 

sabato 21 ottobre 2017

Ansia: conoscerla per combatterla

Martedì 24 Ottobre alle 20.30 a Bornato terrò un incontro aperto a tutti presso la Sala Civica, promosso in collaborazione con la Biblioteca di Cazzago San Martino, dove spiegherò cos'è l'ansia, perchè nasce, come si mantiene, se ci sono persone più o meno predisposte ad averla, come contrastarla efficacemente.

Sarà un incontro interessante, condotto in maniera semplice ma nello stesso tempo approfondita. Chi mi segue sa che cerco di rendere sempre questi incontri coinvolgenti e soprattutto fruibili da parte di tutti.




Quindi..vi aspetto a Bornato!

giovedì 10 agosto 2017

Bambini e paura della morte: che fare?

Anna (ogni riferimento che possa rendere la persona riconoscibile è stato eliminato) è una bambina di 9 anni che da un pò di tempo presenta dei sintomi che stanno facendo molto preoccupare i suoi genitori.

Da un paio di mesi infatti, verso sera, ha dei picchi di ansia molto intensi, che si potrebbero definire veri e propri attacchi di panico: fatica a respirare, ha la sensazione che le manchi l'aria, le gira la testa. 
In quei momenti, se si trova fuori casa, chiede con insistenza di essere riportata a casa e vuole assolutamente la presenza di almeno uno dei suoi genitori.

La mamma e il papà di Anna hanno più volte chiesto alla bambina cosa avesse, cosa si sentisse in quei momenti, ma la bambina si era sempre rifiutata di rispondere.
La mamma di Anna, assolutamente in buona fede, cercando di capire o di aiutare aveva a volte detto alla bambina: "Ma insomma Anna, cos'hai? Alla tua età i bambini dovrebbero solo giocare e divertirsi, perchè stai così?". Ma anche in questo caso non aveva ottenuto risposta.

I genitori mi riferiscono che da poco Anna ha perso uno zio al quale era legata, morto in maniera improvvisa. A loro sembra però che la morte dello zio non sia collegata al malessere della bambina, anche se lei si rifiuta di andare al cimitero sulla sua tomba.

I genitori di Anna si rivolgono quindi a me per capire cos'ha la loro bambina e per aiutarla a superare questo momento difficile.



Quando incontro Anna la prima volta mi trovo di fronte ad una bambina apparentemente piuttosto chiusa ma allo stesso tempo curiosa di cosa io potessi dirle e delle attività che le avrei potuto proporre.



paura della morte nei bambini
immagine su tuttomamma.it



Inizio spiegando ad Anna che i suoi genitori sono dispiaciuti perchè vedono che sta soffrendo e che vorrebbero fare qualcosa per farla stare meglio. Spiego anche che il mio ruolo è aiutare loro a capire ma soprattutto lei a superare questo momento difficile.

Le chiedo quindi di spiegarmi come si sente quando alla sera le capita di stare poco bene.
Lei mi descrive puntualmente i sintomi, che riconduco alla presenza di una forte ansia.
Però nemmeno a me Anna vuole dire cosa pensa, cosa la fa stare male.

Allora propongo un indovinello, ipotizzando che il suo malessere sia legato alla morte dello zio.
Le faccio varie ipotesi chiedendo di dirmi, come in un gioco, "acqua", "fuochino", "fuoco" quando mi fossi avvicinata all'ipotesi giusta e lei accetta.
In pochi minuti arriviamo all'ipotesi giusta: Anna ha paura che la morte venga e se la porti via improvvisamente, così come è accaduto allo zio.

Nel momento in cui "indovino" la corretta causa della paura, Anna scoppia in un pianto liberatorio e mi confida che non ne aveva mai parlato con i suoi genitori per paura di essere rimproverata per aver avuto verti pensieri.

Da qui la strada per noi è in discesa.

Spiego ad Anna che la sua reazione è normale, in risposta alla perdita improvvisa di una persona cara.

Inoltre, poichè Anna temeva che i segnali della paura (mancanza d'aria, capogiri) fossero il segnale di una morte imminente, spiego che quelli altro non erano che sintomi di ansia o di paura e che quindi non erano per niente pericolosi.

Le insegno anche una tecnica di rilassamento per ricondurre alla normalità questi segnali del corpo.

Infine le spiego che è piuttosto improbabile che un bambino muoia improvvisamente, senza motivo e che invece una persona adulta o anziana può avere delle malattie che magari non sono scoperte se non quando è troppo tardi, ma che comunque ci sono e che portano il corpo, pian piano ad ammalarsi.
Le spiego anche che questa non è la situazione più frequente e che di solito le malattie vengono riconosciute per tempo e che i medici cercano di fare tutto il possibile per curare le persone, una buona parte delle volte riuscendoci. 

Dopo qualche seduta Anna è più serena, non ha più gli attacchi di panico serali e ha persino accettato di andare al cimitero a fare visita allo zio.
Ho suggerito ai genitori di parlare con la bambina dello zio e delle emozioni che la sua morte aveva suscitato e potrebbe nuovamente suscitare ogni volta che la bambina desideri farlo, accettando e non bloccando ogni manifestazione delle stesse, senza giudizi o censure.

Se avete trovato interessante questa storia condividetela con chi pensate sia alle prese con un momento di lutto che investa anche dei bambini, potrebbe essere loro d'aiuto.


mercoledì 12 luglio 2017

Come comportarsi se il proprio partner ha un problema di ansia eccessiva

Amare una persona piena di ansie e paure può essere difficile.

Potresti aver tralasciato per questa ragione molti fra i tuoi hobbies. 

Oppure potresti esserti caricato di molte responsabilità, quelle che il tuo partner non riesce ad assumersi. 

Forse il tuo partner potrebbe essere così in difficoltà da non riuscire più a lavorare e le vostre finanze potrebbero averne risentito.

Potresti sentirti arrabbiato per come sta andando la tua relazione di coppia.

Uno studio condotto dall'"Anxiety Disorder Association of America" (ADAA) ha rivelato come le persone che soffrono di un disturbo d'ansia generalizzato ritengono che la loro relazione affettiva sia poco supportiva ed amorevole. 

Se ami una persona con un problema di ansia potresti trovarti di fronte a numerose sfide. 


immagine su huffingtonpost.it


Ecco alcuni modi in cui puoi affrontare la situazione.

1) Cerca informazioni sull'ansia e sui disturbi d'ansia. 

Comprendere la portata di un problema di ansia può essere difficile perchè il/la tuo/a partner può sembrarti abbastanza a suo agio mentre ti sta dicendo che in quel momento sta vivendo un attacco di panico e questo potrebbe portarti a sottovalutare la portata del problema. 
Commenti come "in fondo stai bene" o "devi solo rilassarti" in genere non sono bene accetti quando una persona sta vivendo un momento di difficoltà.
Cercare informazioni corrette da fonti attendibili ed autorevoli o leggere testi sui disturbi d'ansia potrebbe portarti ad avere una visione corretta del problema e scopriresti che i disturbi d'ansia si possono nella maggior parte dei casi risolvere o quantomeno migliorare.


2) Suggerisci al/alla tuo/a partner di cercare un aiuto professionale per il suo problema.

Se il/la tuo/a partner non sta seguendo alcuna terapia, cerca di parlare con lui/lei ed incoraggiarlo/la ad intraprenderne una. 
Ovviamente chi soffre di un problema con l'ansia deve essere d'accordo in prima persona ad intraprendere un percorso terapeutico ma sapere che il proprio/a compagno/a è d'accordo con questo può essere di grande aiuto. 
Inoltre il terapeuta potrebbe coinvolgerti nel lavoro psicologico chiedendoti di essere parte attiva per aiutare il tuo partner a superare il problema.


3) Arrabbiati con la situazione, non con il/la partner.

Potrebbe capitare che hai dovuto o devi rinunciare a molte situazioni sociali perchè il/la tuo/a partner è in difficoltà nello stare a contatto con le persone o a trovarsi in alcune specifiche situazioni. 
In questi casi è molto importante riuscire a separare la delusione per aver dovuto rinunciare ad un momento piacevole con il sentimento verso il/la partner.
Quindi è meglio dire "Mi spiace molto dover andare senza di te al cinema" oppure "Mi spiace che non possiamo andare al cinema insieme" piuttosto che dire "Tu sei sempre il/la solito/a! Con te non si può fare mai nulla". 
E' molto importante parlare di sentimenti ed emozioni in prima persona (ad esempio "io sento questo" "io provo questo") piuttosto che attribuirne la causa all'altro/a (es. "mi sento così per colpa tua", "Tu mi fai sentire così")

immagine su corriere.it

4) Concentrati sui miglioramenti del partner, per quanto piccoli essi siano.

Le persone che soffrono di ansia eccessiva sono in genere molto sensibili all'incoraggiamento di chi gli sta vicino. 
Non mancare di far notare al/alla tuo/a partner i suo miglioramenti, anche se ti sembrano piccoli o irrilevanti. Non dimenticare che per una persona che ha un problema con l'ansia è un successo fare cose che altre persone fanno senza particolari difficoltà.
Ad esempio per una persona che soffre di attacchi di panico è un traguardo enorme guidare sopra un ponte o in autostrada, se in precedenza non lo faceva per paura di poter avere un attacco di panico.


5) Cerca di riflettere e di cambiare i tuoi comportamenti.

Se ogni volta che il/la tuo/a partner ti chiama al telefono tu rispondi perchè sai che se non lo fai lui/lei proverà ansia, in realtà stai aiutando il problema a mantenersi tale.
Potrebbe dispiacerti non farlo, perchè ti potrebbe sembrare di causare una sofferenza inutile ma come sappiamo, solo passando attraverso l'ansia ci si può rendere conto che molte tra le cose temute non si avverano e che l'ansia si può superare.
Sebbene questa strategia possa sembrare crudele nel breve termine, può risultare molto più utile nel lungo periodo.


6) Fate squadra.

Tu e il/la tua partner dovete essere uniti nell'affrontare il problema. Nessuno dei due è da biasimare se le cose non stanno andando come dovrebbero.
Puoi dire "mi piacerebbe che le cose andassero diversamente" oppure "attraverseremo insieme questa situazione".

come aiutare una persona con attacchi di ansia
immagine su oksalute.it

7) Prendi in considerazione l'ipotesi di chiedere una consulenza di coppia.

La terapia di coppia può essere molto utile da condurre in parallelo con la terapia individuale del/la partner con un problema di ansia.
Questo perchè mette in grado i partner di comunicare al meglio i propri sentimenti, pensieri ed emozioni. In questo modo crea le basi per un ambiente familiare meno stressante all'interno del quale anche il problema dell'ansia può trovare una migliore e più rapida soluzione.


8) Riconosci i tuoi bisogni e prenditi del tempo per te.

Riconoscere i propri bisogni, coltivare le proprie amicizie e portare avanti i propri hobbies è fondamentale e non significa trascurare il/la partner. 
Ricorda che solo una persona forte e sana dal punto di vista psicologico è in grado di "reggere" e aiutare il/la partner con un problema di ansia.


9) Non biasimarti e cerca di essere sereno con te stesso. 

Non criticarti o condannarti. Stai facendo tutto il possibile.




Se ti è piaciuto questo post condividilo con le persone che hanno un/una partner con un problema di ansia. Potrebbe essere molto utile per loro!






mercoledì 5 luglio 2017

Il tuo bambino ha paura dell'acqua? Scopri come puoi aiutarlo

Mi capita alcune volte che qualche mamma mi racconti della difficoltà che il suo bambino ha nel familiarizzare con l'acqua. 
Che sia acqua della piscina o del mare, il bambino ha una gran paura. 

In particolare recentemente ho incontrato nel mio studio una signora che mi spiegava che, per aiutare la sua bambina di 4 anni a superare la paura dell'acqua, l'aveva iscritta ad un corso di nuoto.

Ma anche lì, niente da fare. La bambina piangeva per tutto il tempo della lezione, l'istruttore le aveva provate tutte ma poi sembrava essersi un pò rassegnato a convivere con questa allieva alquanto riluttante. 

Alla mamma però dispiaceva vederla così e alla fine l'aveva ritirata dal corso, non senza sgridarla e ripeterle: "Vedi che tutti gli altri bambini entrano in piscina senza fare storie? Solo tu ti agiti e piangi come una sciocchina!"

Ma il problema permane e, in prossimità delle vacanze estive questa mamma si chiede: come posso aiutare la mia bambina a superare la paura dell'acqua?

Innanzitutto il primo consiglio che mi sono sentita di dare a questa mamma è di ridimensionare le aspettative e darsi (oltre che dare alla bambina) del tempo. Forzare le tappe, spingere oltremodo e troppo velocemente la bambina verso l'acqua, far passare l'idea che ci si aspetta da lei che impari a stare in acqua in quattro e quattr'otto non migliorerà le cose.

Il secondo consiglio quindi, immediatamente discendente dal primo è creare un clima di serenità e di assenza di qualsivoglia aspettativa nei confronti della bambina.

Il terzo consiglio è di prevedere un percorso di avvicinamento per tappe all'acqua. 

La prima di queste potrebbe essere l'osservazione di un'altra bambina, della stessa età o di poco più grande che si diverte nuotando o giocando in mare.
Questa osservazione deve essere condotta non facendo paragoni (es. "vedi lei che brava che non fa storie mentre tu invece...") ma semplicemente facendo notare quanto appunto l'altra bambina si stia divertendo.

immagine da blogmamma.it

La seconda potrebbe essere fare un gioco divertente per la bambina in riva al mare. Si potrebbe giocare a palla (che potrebbe finire nel mare e quindi potrebbe essere necessario andare a recuperarla) o magari con l'innaffiatoio giocattolo prendere un pò di acqua e iniziare ad annaffiarsi i piedi a vicenda.

La terza potrebbe essere costruire dei castelli di sabbia chiedendo alla bambina di andare a prendere con il secchiello l'acqua necessaria in mare.

La quarta potrebbe essere riempire una piscinetta di quelle che si usano per i bambini più piccoli e permetterle di entrare e sguazzare un pò in quei pochi centimetri di acqua importanti per farle "prendere confidenza" con l'acqua.

La quinta potrebbe essere immergere le mani nell'acqua del mare e giocare a rincorrersi per bagnarsi a vicenza.


immagine da bebeblog.it



Poi si potrebbe giocare con le pistole ad acqua riempite con acqua di mare, notando la sensazione di frescura e di benessere che l'acqua fresca porta al corpo in una giornata molto calda nonchè il divertimento stesso che il gioco comporta. 

Quando la bambina si sente pronta si può proporre di entrare in mare, la prima volta solo fino alle caviglie, per poi aumentare gradualmente la parte del corpo raggiunta dall'acqua.
Le prime "immersioni" vanno fatte ovviamente in un contesto di mare tranquillo, che degrada dolcemente, senza onde. 
Ogni successo della bambina (ogni step in più compiuto) può essere premiato con una piccola sorpresina, precedentemente concordata.

immagine da nostrofiglio.it


E' poi utile ricordare che non va assolutamente rivelata ad altri (parenti, amici, vicini di ombrellone) la paura della bambina perchè questi, in buona fede, potrebbero riproporre l'argomento in modi scorretti, magari anche davanti alla bambina stessa, rinforzando in questo modo la paura.

Proprio in questi giorni la famiglia di questa bambina si trova al mare e da una mail della mamma ho appreso che gli esercizi, sebbene siano ancora in fase iniziale, stanno andando per il verso giusto.

Sono sicura che se i genitori continueranno su questa linea ben presto la paura dell'acqua sarà solo un brutto ricordo!

Se questo post vi è piaciuto condividetelo con quei genitori che hanno bambini con paura dell'acqua!



sabato 21 gennaio 2017

Perchè a volte è difficile prendere decisioni?


Ci sono diversi motivi per i quali una persona potrebbe avere difficoltà nel prendere decisioni.

Le scelte spesso comportano sacrifici o perdite e ciò è qualcosa che alcune persone possono trovare insopportabile.
Scelte di vita significative come il luogo in cui vivere, se cambiare o meno lavoro, se proseguire o troncare una relazione affettiva sono comprensibilmente difficili e possono paralizzare l'individuo.
 Essere in grado di lasciare una delle due alternative può influenzare altre decisioni della quotidianità. E 'un peccato quando qualcuno sceglie o accetta di fare una determinata cosa e passa tutto il tempo rimpiangendo l'alternativa scartata, non riuscendo a godere di nulla della nuova situazione.

Un altro motivo è essere eccessivamente preoccupati o troppo dipendenti dalle opinioni degli altri. Questo può portare una persona a non essere in grado di compiere dei passi senza aver prima consultato le persone "di fiducia" che le stanno intorno, nella speranza di arrivare alla scelta ottimale. È come se in qualche modo gli altri fossero in una condizione maggiormente favorevole per determinare ciò che potrebbe essere giusto. 
In questi casi, ciò che dovrebbe essere una decisione personale diventa una decisione "di gruppo".

Un' ultima ragione potrebbe essere data dal fatto che alcune persone sono "ossessionate" dall'idea di prendere la decisione "giusta" in senso generale e non quella che potrebbe essere la migliore per loro. Se si ragiona in termini di "giusto-sbagliato", il processo decisionale potrebbe complicarsi perché ipotizzare l'idea di fare la scelta sbagliata può far dubitare la persona circa la propria capacità di scegliere correttamente in senso più generale.


Vai alla fonte in lingua originale



Come fare per prendere una decisione



Quindi, come fare per non sentirsi in balia dell’ansia e rimanere paralizzati di fronte ad una presa di decisione?

1)      Pensare che ogni soluzione può avere lati positivi e negativi. La situazione che si lascia non è completamente negativa e nemmeno quella che si trova sarà completamente positiva. Riflettere sul fatto che “così è la vita” e non esiste una soluzione perfetta in assoluto.

2)      Non chiedere troppi pareri o consigli agli altri. Ogni persona porterà il suo punto di vista, aumentando la propria confusione e quindi la propria indecisione. Scegliere tuttalpiù una persona di fiducia con la quale confrontarsi.

3)      Cercare di prevedere quali potrebbero essere realisticamente i problemi che si potrebbero incontrare nel percorrere una tra le strade possibili e pensare in anticipo alle risorse che potrebbero essere messe in campo per risolverli.

4)      Pensare che chiunque si trova di fronte nella vita a scelte piccole e grandi e può avere dubbi e difficoltà nel decidere. Non ragionare in termini di tutto o nulla. Non esiste in assoluto un’alternativa che ha solo svantaggi né una che ha solo vantaggi.

5)      Pensare che, in alcuni casi, è possibile tornare sui propri passi e che anche questo è normale ed accettabile.

In sintesi: le persone in alcune situazioni fanno fatica a prendere decisioni.
Questo può avvenire perché si pensa ci sia un’alternativa migliore in assoluto delle altre e si teme di non riuscire a coglierla oppure perché si cerca eccessivamente il consenso e l’opinione degli altri oppure ancora perché si ritiene di non essere dei bravi decisori.
Se si ragiona in maniera più approfondita si può concludere però che non esistono decisioni in assoluto migliori e che l’eccessivo confronto con gli altri ci espone al rischio di un aumento della confusione.

C’è bisogno quindi di assumersi la responsabilità di accettare una parte di rischio, pensando che tutti noi siamo chiamati, prima o poi, a farlo.

immagine da quipsicologia.it

















martedì 10 gennaio 2017

Ansia..che ti passa!

Quella che vorrei raccontare oggi è la storia di Paola, una ragazza di 25 anni (ogni riferimento che possa rendere identificabile la persona è stato eliminato) con una "singolare" paura: quella di prendere la metropolitana. Paola vive a Brescia, dove da qualche tempo è stata inaugurata la metropolitana: nuovissima, pulita e comoda per raggiungere alcune zone della città.
Ma Paola ha paura di salirvi e percorre ogni giorno strade trafficate per andare al lavoro, quando sarebbe più comodo, più veloce e meno costoso spostarsi con la metro. Questa paura è ancora più "strana" se pensiamo che Paola è una ragazza molto intelligente, capace sul lavoro apprezzata dagli altri. Inoltre con la propria auto è in grado di raggiungere qualsiasi destinazione ma non riesce a percorrere nemmeno lo spazio di una fermata.

Cosa sta succedendo a Paola? Perché ha questa difficoltà?

Durante i primi colloqui mi racconta che quando era poco più che una ragazzina era andata con i genitori a Milano per una gita e le era capitato di perdersi per qualche minuto all'interno della metropolitana.
Si era voltata per un attimo e, in mezzo alla confusione e alla grande quantità di persone, aveva perso di vista i suoi genitori. In quei pochi minuti si era sentita persa, in preda ad un'ansia molto forte, che si era manifestata con tachicardia e capogiri.
Al ricordo di quelle sensazioni riferiva che era convinta che in quel momento avrebbe potuto morire all'istante.
Da quel momento era nata fortissima in lei la paura di riprovare quelle sensazioni, che associava all'essere all'interno di una metropolitana.
In sostanza pensava: ogni volta che andrò in metropolitana proverò quelle sensazioni, cosi forti che potrei morire.

La prima cosa su cui abbiamo lavorato io e Paola è stato ricondurre quei sintomi così fastidiosi e spaventosi a una "semplice" ansia. Sicuramente forte, sicuramente fastidiosa, ma di ansia si trattava. È poichè la natura ci ha dotato di tutte le emozioni possibili, perche avrebbe dovuto fornire l'uomo di un'emozione potenzialmente in grado di provocarne la morte? Questo ovviamente non è possibile, perciò ' abbiamo appurato che di ansia non sì può morire.

Il secondo passo è stato far sperimentare a Paola i sintomi dell'ansia che lei maggiormente temeva, per dimostrarle la loro non pericolosità. Abbiamo quindi indotto una situazione di tachicardia e di capogiri sperimentando degli esercizi fisici (correre sul posto, girare su se stessi) in seguito ai quali Paola si è  resa conto di poter tollerare quelle sensazioni che non le procuravano nulla di grave o irreparabile ma soltanto un po' di fastidio.

Il terzo passo è stato esporsi con l'immaginazione alla situazione temuta. Ho quindi fatto immaginare a Paola di trovarsi nella situazione temuta, le ho chiesto di monitorare il livello di ansia sperimentato e abbiamo terminato l'esercizio quando l'ansia aveva raggiunto il livello più basso possibile.

Il quarto passo è stato esporsi in vivo, in modo graduale, alla situazione temuta.
In primo luogo le ho chiesto di percorrere un piccolo tratto in metropolitana. Solo quando si è sentita più sicura abbiamo gradualmente aumentato la tratta da percorrere, arrivando nell'arco di qualche mese a riuscire ad attraversare tutta Brescia.

La soddisfazione, sua e mia, ovviamente è stata grande e ci ha permesso di trarre alcune conclusioni.

1. L'ansia in se' non è pericolosa. Fastidiosa si, ma non pericolosa.

2. È possibile abituarsi alle sensazioni che l'ansia da', diventanto sempre meno sensibili ad esse.

3. Più spesso verranno sperimentate situazioni in cui si prova ansia, meglio e prima ci si abituerà ad essa, finendo con il provare progressivamente meno ansia.

4. Se si evitano le situazioni che generano ansia, questa non sparirà, anzi, si rafforzerà, rendendo sempre più difficile affrontare quelle situazioni

5. L'ansia non affrontata tende a volte a "diffondersi" cioè a manifestarsi in più situazioni, diminuendo la qualità della vita della persona.

Il senso del titolo del post è quindi questo: non possiamo pensare che l'ansia passi da sola. O meglio, un'ansia che dura da tempo, che è rivolta a situazioni specifiche, che si accompagna sistematicamente a pensieri di un certo tipo, è difficile che svanisca da se'. L'ansia diminuisce solo se ci abituiamo a sperimentarla in modo graduale, notando che non produce in noi nulla di drammatico o irreparabile.

Per approfondimenti consiglio la lettura del libro "Il manuale dell'ansia e delle preoccupazioni" di D. Clark e A. Beck in cui vengono illustrati chiaramente i passi da compiere per superare una condizione ansiogena.





(Foto da Wikipedia)

martedì 28 giugno 2016

Ansia anticipatoria da vacanze? La storia di Martina

L'estate è il periodo dell'anno in cui in genere si cambiano alcune abitudini, almeno per un certo periodo.
Capita quindi che ci si trovi a dover fare i conti con una modifica della nostra routine quotidiana, che per qualcuno è un evento atteso e vissuto positivamente, per altri invece è una situazione che "rompe" con le abitudini e le certezze di ogni giorno e che può causare ansia e ansia anticipatoria.
Inoltre l'estate è il periodo in cui si trascorre più tempo in famiglia, complici le vacanze estive per i bambini, e questo può essere fonte di conflitti e discussioni generate proprio dalla maggiore condivisione della quotidianità.

Una delle persone che recentemente ho seguito, Martina (nome di invenzione), ad esempio, ogni anno, quando deve affrontare una vacanza, inizia a sperimentare ansia anticipatoria già al momento della prenotazione, accompagnata da pensieri del tipo "e se non mi trovo bene?" "e se ci sarà brutto tempo, cosa farò?" "e se i bambini si ammalano?"

Per alcuni di noi quindi affrontare una vacanza può essere fonte di stress e ansia e questo avviene principalmente per le seguenti ragioni.


1) Il luogo di vacanza non è sempre conosciuto a priori. La preoccupazione verso qualcosa di non noto può accompagnare il periodo pre-vacanza

2) Verso la vacanza si possono nutrire aspettative elevate e, talvolta, non realistiche. Ad esempio Martina, la persona di cui parlavo sopra, ogni volta si aspetta di vivere momenti indimenticabili con il suo fidanzato, ritrovare l'armonia di coppia persa durante l'anno e magari vedere posti bellissimi, monumenti, musei ecc. Questi sono davvero obiettivi di grande portata (e forse un pò eccessivi).

3) Durante la vacanza possono capitare alcuni inconvenienti verso i quali la persona può sentirsi impreparata. I bambini possono ammalarsi, può accadere di bucare una gomma, insomma,  possono verificarsi contrattempi fastidiosi con cui non è piacevole doversi confrontare senza i consueti punti di riferimento (il pediatra di fiducia ecc.)



Foto da vitadamamma.com


Vediamo ora qualche suggerimento per chi, come Martina, prova ansia anticipatoria al momento di prenotare (e partire) per le vacanze.

1) Ricordarsi di tutte le volte che si è riusciti a cavarsela bene in una situazione sconosciuta. Scavare nella propria memoria alla ricerca di quelle situazioni in cui siamo riusciti a risolvere problemi, a trovare con inventiva delle soluzioni efficaci.

2) Ricordarsi che nella maggior parte delle situazioni è possibile chiedere aiuto a chi è del posto, a chi sta in albergo con noi, al personale del villaggio in cui ci troviamo.

3) Ridimensionare le aspettative. Non partire con l'idea di voler fare a tutti i costi questa o quella esperienza, e accettare che possano esserci delle variazioni rispetto a quanto programmato prima della partenza

4) Scegliere mete alla propria portata. Non avventurarsi in scalate su cime impervie se non si ha nemmeno un briciolo di allenamento, non partire per il mare se proprio non lo si sopporta minimamente.

5) Cercare di immedesimarsi in una delle situazioni problematiche che potrebbero capitare con maggiore probabilitá e cercare delle soluzioni a tale situazione.

E ora...buone vacanze! 

mercoledì 8 giugno 2016

Dottoressa ma....? Le 5 FAQ sull'ansia dei miei pazienti

Sembra curioso, eppure ci sono alcune domande sull'ansia che ricorrono nella mia professione.
Sono domande che i miei pazienti, ma anche amici e conoscenti mi pongono.





Eccole qua, insieme alle loro risposte!

1) Soffro da anni di attacchi di panico. C'è una soluzione?
Si. Anche se si soffre da molto tempo di problemi legati all'ansia e al panico, la soluzione c'è. Ovviamente, quanto prima si interviene meglio è. Questo perchè, con il tempo, si instaurano dei circoli viziosi, di cui ho parlato in altri post (evitamento, ricerca di rassicurazioni, catastrofizzazione, errrata respirazione), che rendono più lunga la risoluzione del problema. Quindi il mio consiglio è: ai primi attacchi di panico rivolgetevi ad un professionista. In alcuni casi, nell'arco di pochi incontri è giá possibilie ottenere una completa guarigione. In ogni caso anche per problemi di lunga data, prevedendo ovviamente tempi di risoluzione più lunghi (alcuni mesi, fino a circa un anno) si può ottenere una risoluzione dei sintomi.


2) Sono ansioso. Vivrò mai una vita completamente libera dall'ansia?
No. L'ansia fa parte di tutti noi e sarebbe contro natura eliminarla completamente. Però è possibile ridurla di molto, imparare a pensare in modo diverso, imparare a rilassarsi, fino a raggiungere una qualitá di vita davvero buona. Ovviamente ci sará sempre un momento in cui ci si sentirá ansiosi ma tra il provare ansia forte molte volte al giorno, al sentirla una volta alla settimana, beh...c'è una bella differenza!


3) Sono necessari i farmaci da affiancare alla psicoterapia?
Dipende. In alcuni casi si, in altri no. Un bravo medico, con cui lo psicologo può prendere contatti durante lo svolgimento della psicoterapia, sicuramente saprá consigliare il paziente al meglio.


4) Durante l'attacco di panico mi sembra di svenire e di perdere il controllo. Può davvero succedere?
No. Durante un attacco di panico non si può svenire perchè il corpo non è in una condizione tale per cui lo svenimento si può verificare. Certo, la sensazione è sicuramente quella di svenire ma una cosa è una sensazione, un'altra un fatto reale.


5) Durante l'attacco di panico può venirmi un infarto, un attacco di cuore?
No. Durante un attacco di panico non può verificarsi un attacco di cuore perchè una cosa è l'ansia, un'altra ė una malattia o problematica cardiaca. L'ansia è un'emozione di cui la natura ha dotato l'uomo per allertarlo in presenza di pericoli. Perchè mai quindi il genere umano si sarebbe dotato di un'emozione potenzialmente in grado di ditruggerlo? Ovviamente questa teoria non tiene. Perciò no, non è possibile che l'ansia causi un attacco di cuore.


E voi? Vi siete riconosciuti in queste domande? Ve le siete mai posti ogni tanto?



lunedì 16 maggio 2016

Crisi di ansia nei bambini: 5 consigli per i genitori

Le crisi di ansia nei bambini sono momenti difficili da gestire per i genitori.
I bambini che temono qualcosa possono mettere in atto comportamenti e avere reazioni emotive che inducono nei genitori forte apprensione e spesso una difficoltà nel sapere come comportarsi.
Questo post nasce quindi con l'intento di fornire ai genitori alcuni suggerimenti utili su come reagire alle crisi di ansia dei propri figli.

consigli per genitori di bambini ansiosi



1) Ricordarsi che l'ansia è un'emozione non nociva in sè. Questo significa che un bambino, anche se fortemente ansioso o impaurito non potrà in nessun modo avere gravi conseguenze per il fatto di sperimentare ansia. Non sverrà, non avrà un attacco di cuore. Non gli succederà nulla di grave da un punto di vista fisico.

2) Non mostrarsi preoccupati di fronte al bambino. Se il bambino avverte che il genitore è preoccupato si dirà "allora c'è veramente qualcosa di cui preoccuparsi, allora vuol dire che sto veramente male!". Quindi è importante mantenere la calma e spiegare al bambino che quel momento passerà, proprio come è venuto se ne andrà.

3) Invitare il bambino a respirare lentamente e poco profondamente. Il bambino può contare fino a tre  (uno-due-tre) nella fase di inspirazione, trattenere il fiato per due secondi e poi contare fino a sei (quattro-cinque-sei) nella fase di espirazione. Questo modo di respirare (detto anche "respirazione lenta") serve per riportare sotto controllo alcuni sintomi dell'ansia, tachicardia in primis.

4) Non allontanare il bambino dalla situazione fonte di ansia ma aspettare sul luogo che l'emotività si abbassi. Questo serve per non incorrere in problemi di evitamento, per impedire cioè che il bambino si rifiuti successivamente di stare nella situazione in cui l'ansia si è presentata.

5) Adottare la politica dei piccoli passi. Se il bambino è molto spaventato e ha forti crisi di ansia in una certa situazione, esporre il bambino gradualmente a quella situazione, dividere il traguardo finale in sotto obiettivi e premiare il bambino ogni volta che ne raggiunge uno.

Buon "lavoro" a tutti i genitori di bimbi ansiosi! 


Foto da www.studiopsicologia.napoli.it

giovedì 14 aprile 2016

Ansia anticipatoria nei bambini: quali le cause?

Il modo in cui si aiutano i bambini a superare ansia e ansia anticipatoria risulta fondamentale per la loro salute psicologica.
Più volte nel blog ho parlato di cosa è l'ansia, quali sono i suoi sintomi e come si manifesta.
Ho anche illustrato in cosa consiste l'ansia anticipatoria.
Ora vorrei descrivere quali sono le ragioni per cui un bambino è più ansioso di un altro, quali sono le più frequenti cause di ansia e ansia  anticipatoria nei bambini.


come aiutare i bambini a gestire l'ansia


# Perché alcuni bambini sono più ansiosi di altri?

Questa è una domanda che i genitori mi rivolgono spesso. "Perché il mio bambino è sempre in ansia"? "Perché i suoi amichetti sono sicuri di loro stessi e il mio bambino no?" "Ho due figli: come mai uno è sicuro e spavaldo e l'altro è timoroso e ansioso"?

La risposta a questa domanda è semplice. Perché l'ansia si strutturi e diventi un problema per un bambino ci sono fondamentalmente due ragioni:

- una prima ragione è il temperamento del bambino. I bambini "nascono" fatti in un certo modo, per cui già da neonati hanno un certo temperamento. Alcuni si spaventano con ogni piccolo rumore, non amano i cambiamenti, non vogliono stare con persone che non siano mamma e papà. Altri neonati hanno un temperamento diverso. Sono tranquilli, rilassati per la maggior parte del tempo, dormono molto anche in presenza di forti rumori, affrontano serenamente le novità e non si lasciano facilmente spaventare da situazioni impreviste. Altri ancora sono un mix delle due descrizioni.

- Poi c'è il grande ruolo dell'ambiente e dell'educazione ricevuta che risulta il nodo di gran lunga più importante per l'innestarsi e soprattutto il perpetuarsi di situazioni di ansia e di ansia anticipatoria.
Ciò significa che risulta molto importante ciò che le figure di riferimento (i genitori soprattutto) del bambino fanno o dicono in risposta alla sua ansia.

Facciamo un esempio: Mario è un bambino di 5 anni, che sta imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline di supporto. Alla prima caduta si spaventa ed inizia a piangere. La mamma allora si avvicina allarmata e gli dice: "Povero Mario! Te l'avevo detto che cadevi! Ora vieni in braccio, andiamo a fare una bella merenda e per un po' alla bici non pensiamo più".

# A questo punto cosa dovrebbe pensare il bambino?

Mario potrebbe pensare:

1) che andare in bici è pericoloso e si può cadere (addirittura la mamma l'aveva previsto)

2) che una volta caduti immediatamente esiste una situazione (la merenda e l'abbraccio della mamma) che mi portano via dalle difficoltà.

3) che la paura e lo spavento non si possono sopportare, anzi, che sono emozioni che vanno subito eliminate

Quindi...perché Mario dovrebbe riprovare a salire sulla bicicletta?

E cosa succederebbe se la mamma alla sera, a cena insieme anche al papà parlasse a lungo della caduta di Mario, di come la bicicletta sia pericolosa, di come lei aveva detto di non togliere le rotelline ecc. ecc. ?

Ovviamente seguendo questa linea sarà difficile che Mario abbia di nuovo voglia di salire sulla bicicletta e, ogni volta che qualcuno proverà a proporglielo, proverà una forte ansia anticipatoria, dirà che ha mal di pancia, mal di testa, e che preferisce fare altro.

Con questo intendo che l'ambiente ha un ruolo fondamentale nel creare e/o mantenere situazioni di ansia nei bambini e che i genitori hanno un ruolo fondamentale nel prevenire e gestire le situazioni in cui i propri figli si mostrano ansiosi.

Immagine tratta da www.tecnologia-ambiente.it