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mercoledì 25 luglio 2018

Un caso di encopresi

Luigi è un bambino di 4 anni (ogni riferimento che possa rendere identificabile la persona è stato tolto) che ha avuto uno sviluppo psicofisico nella norma. Anche il controllo sfinterico fino a qualche mese fa era normale. Poi, in seguito ad una vacanza con i cuginetti qualcosa è cambiato.

Luigi infatti rifiuta di scaricarsi e passano anche tre o quattro giorni senza che riesca a farlo. 
Alla fine ci riesce ma con molto dolore e anche molta paura di sentire quel dolore.

Inutile dire che in famiglia il momento dell'"andare in bagno" è ora vissuto con molta ansia, emozione che ovviamente "passa" al bambino e che non fa altro che complicare ulteriormente il quadro della situazione. 

I genitori di Luigi hanno un pò indagato e hanno scoperto che durante la vacanza al mare non era possibile chiudere a chiave la porta del bagno e questo aveva creato nel bambino la paura che qualcuno potesse accedere ai servizi mentre lui era all'interno. 

Questa paura aveva fatto si che la normale attività di evacuazione fosse cambiata perchè il bambino aveva evitato il più possibile di accedere al bagno per scaricarsi. 

Da lì si erano verificati i seguenti problemi:

1) ritenzione e accumulo di materiale fecale con dolore e conseguente paura di scaricarsi

2) perdita di parte del materiale fecale in situazioni inopportune (era capitato in più occasioni che si sporcasse gli indumenti) con conseguente ansia e vergogna da parte del bambino e dei suoi genitori

3) rifiuto di andare in bagno, sia alla scuola materna che a casa

4) limitazioni nella libertà dell'intero nucleo familiare, che non si sentiva più libero di uscire per qualche ora o per un week end fuori casa per paura che potessero verificarsi "incidenti" di cui sopra.


un caso di encopresi
immagine su nostrofiglio.it


Come ho impostato il lavoro con la famiglia di Luigi?

Innanzitutto ho scelto in questo caso di vedere in un primo momento esclusivamente i genitori di Luigi, questo per non accentuare la vergogna che il bambino già provava per la situazione che stava vivendo. 

Li ho rassicurati circa una possibile soluzione del problema. Infatti questa situazione aveva le caratteristiche per essere trattata in maniera positiva (non era presente da troppo tempo, i genitori sembravano molto collaborativi). Questo ha contribuito a renderli meno ansiosi e più tranquilli nell'approccio al problema del figlio.

Ho consigliato ai genitori di parlare con la pediatra per chiedere una consulenza in merito all'utilizzo di lassativi specifici per bambini. Questi prodotti hanno il vantaggio di rendere le feci morbide e di impedire la costipazione, cioè l'accumulo di materiale fecale nell'intestino. Inoltre ho suggerito di chiedere suggerimenti rispetto alla dieta più adeguata per favorire un adeguato transito intestinale.

Ho effettuato con loro delle sedute di psicoeducazione (trasmissione di informazioni corrette circa un fenomeno psicologico o fisico con risvolti di tipo psicologico). Durante queste sedute ho chiesto loro:

- di invitare Luigi ad andare in bagno dopo circa 15 minuti dalla fine di ogni pasto. Questo infatti è il momento più favorevole all'evacuazione.

- di premiare utilizzando la token economy ogni situazione di successo, cioè ogni volta che Luigi fosse riuscito a scaricarsi. In questo modo abbiamo cercato di modificare l'assetto emotivo del bambino facendolo passare da una condizione di ansia ad un atteggiamento di maggiore positività.


Con questi suggerimenti, e con il contributo della pediatra, nell'arco di due mesi  Luigi ha risolto i problemi di encopresi e le sottostanti emozioni negative. Tutta la famiglia inoltre ha recuperato tranquillità e libertà.

Cosa potete fare se il vostro bambino ha i problemi di Luigi?

1) Prima di tutto parlate col vostro pediatra di fiducia che potrà escludere eventualmente una problematica di tipo fisico-medico e potrà consigliarvi su cosa fare in prima battuta.

2) Non sgridate il bambino nel caso in cui si dovesse sporcare. Non dimenticate che è lui in primis a vergognarsi e a vivere negativamente ciò che sta capitando.

3) Rivolgetevi ad uno psicologo esperto di queste problematiche nel caso in cui sia accertata una componente psicologica nel mantenimento del problema o concomitante allo stesso. 



mercoledì 28 febbraio 2018

Quando un bambino sta meglio

Un percorso di psicoterapia deve avere risultati visibili. Non ci si può accontentare del fatto che "sembra che il paziente stia meglio", "mi sembra più sereno". I risultati devono essere osservabili. Tanto più se si tratta di bambini.
Ultimamente mi è capitato di seguire Matteo, un bambino di 8 anni (le informazioni che possono renderlo riconoscibile sono state eliminate) che aveva molta difficoltà nel socializzare con i compagni di classe. All'intervallo a scuola stava seduto da solo al suo banco e in più non voleva andare a giocare all'oratorio, si rifiutava di partecipare alla feste di compleanno e, in generale, non vedeva di buon occhio tutte le situazioni di interazione sociale.
I genitori erano piuttosto preoccupati perché, se sembrava che inizialmente Matteo fosse "sereno" in questa situazione, col passare del tempo anche gli altri compagni o amici, probabilmente pensando che lui preferisse starsene da solo, avevano iniziato ad escluderlo, e non gli chiedevano più se volesse partecipare a qualche gioco con loro.
Matteo aveva iniziato quindi a soffrire molto di questa situazione perché si sentiva escluso e invisibile agli occhi degli altri bambini.
Quando ho iniziato a lavorare con Matteo, il primo passo è stato cercare di capire come vivesse lui la situazione e cosa lo spaventasse nell'idea di giocare con gli altri bambini. Tramite il colloquio è stato quindi possibile comprendere come alcuni giochi di tipo competitivo basati su abilità di tipo fisico a lui non piacessero mentre altri giochi più "tranquilli" come ad esempio giochi di società o giochi di carte fossero a lui più congeniali.
Il problema era che sia all'intervallo che fuori scuola, i giochi che facevano gli altri bambini erano più frequentemente giochi del primo tipo, cioè giochi di movimento e agilità.
In secondo luogo temeva molto il possibile rifiuto da parte degli altri cioè credeva che se avesse chiesto di poter giocare gli sarebbe stato risposto di no.
Il secondo passo è stato quindi di accogliere le emozioni del bambino, validarle e dimostragli che ero lì per comprenderlo e aiutarlo e non per sgridarlo o giudicarlo.
Siamo passati quindi a analizzare i suoi pensieri mettendoli alla prova. Abbiamo fatto finta di essere dei detective e di andare alla ricerca con una lente di ingradimento immaginaria delle prove della correttezza di questi pensieri concludendo che non c'era alcuna certezza del fatto che se avesse chiesto agli altri bambini di poter giocare questi avrebbero risposto negativamente.
Il terzo passo è stato individuare all'interno del gruppo classe quei compagni che solitamente non facevano giochi eccessivamente vivaci scoprendo che in effetti non tutti i bambini amassero correre o fare giochi di movimento e azione.
Il quarto passo è stato chiedere a Matteo di portare da casa un gioco di carte che a lui piacesse e che si potesse fare nel piccolo spazio dell'intervallo.
Matteo ha acconsentito e ha portato da casa uno dei suoi giochi di carte preferiti e ha chiesto ad una compagna piuttosto simpatica e tranquilla se volesse giocare con lui. Con suo grande stupore la bambina ha acconsentito.
Ben presto a questa compagna se ne sono aggiunti altri, accomunati dalla preferenza per giochi tranquilli e non fisici.
Nell'arco di qualche settimana l'intervallo ha cambiato aspetto.

Immagine da blogscuol2.wordpress.com

Ho quindi deciso, previo accordo con i genitori, di contattare una tra le insegnanti di Matteo e di avere un colloquio con lei. Ella mi ha confermato che effettivamente da un po' di tempo a quella parte vedeva il bambino "più inserito" nel gruppo classe. Le ho quindi suggerito di rinforzare verbalmente il bambino (tramite lodi, incoraggiamenti e complimenti) ogni qualvolta l'avesse visto interagire con gli altri. Inoltre l'insegnante ha proposto di mettere come compagno di banco per Matteo un bambino solare ed estroverso in grado di coinvolgerlo e di comunicare con lui in una maniera diretta e positiva.
Sono passati alcuni mesi da quando vedo Matteo e devo dire che concretamente la situazione a scuola per lui è davvero cambiata con grande soddisfazione sua, mia e dei suoi genitori.

lunedì 29 gennaio 2018

L'importanza degli obiettivi

Mi capita spesso lavorando con i genitori che mi senta dire: "Il mio bambino è un disastro su tutti i fronti. La scuola non va, sia nel rendimento che nel rapporto con i compagni. A casa poi è disordinato e tratta male sua sorella. Al mattino quando lo accompagno a scuola gli dico sempre "mi raccomando, fai il bravo!" ma mi sembra che le mie parole gli scivolino di dosso!".
Ecco, devo dire che questo modo di comunicare con i bambini orientato a fare cambiare uno o più comportamenti di solito non funziona.
Innanzitutto il bambino potrebbe non capire cosa ci aspettiamo da lui.
Dire un generico "fai il bravo" non ha un reale valore ma avrebbe più senso dire: "Mi aspetto che tu oggi nella verifica di storia cerchi di non distrarti. Abbiamo ripassato ieri insieme la lezione, so che la sai, ho fiducia in te".
Cosa c'è di diverso in questo modo di comunicare?
In primis la specificità. Il bambino in questo caso è "costretto" a mettere l'attenzione su quanto gli stiamo dicendo perché i contenuti che gli proponiamo sono specifici e dettagliati.
In secondo luogo gli trasmettiamo fiducia ("so che la sai").
Infine potremmo anche fornire una soluzione pratica alla possibile distrazione del bambino. "Se ti senti stanco fai una piccola pausa, poi riprendi il tuo lavoro". 
Un altro suggerimento che riguarda gli obiettivi che vogliamo che il nostro bambino raggiunga riguarda la loro numerosità. Non possiamo ragionevolmente pensare che se ci sono difficoltà su più fronti un bambino riesca a dedicarsi con impegno e successo ad ognuno di questi. È quindi importante fare una scala di priorità e decidere per questa settimana o per questo mese a cosa è più importante che lui si dedichi.
Voglio che legga di più o che aiuti di più in casa? Scelgo una sola cosa e gli chiedo di concentrarsi su quella.

Immagine da psicologiaquotidiana.altervista.com

In sintesi, se voglio che il mio bambino cambi alcuni suoi comportamenti:
Devo chiedergli poche cose per volta (più il bambino è piccolo, più questa regola diventa fondamentale).
Devono essere cose specifiche (il bambino deve capire cosa mi aspetto da lui).
Devo orientare al positivo la mia comunicazione, infondendo fiducia e incoraggiamento (so che ce la farai).
Devo fornire soluzioni che aiutino a superare gli ostacoli (se sei in difficoltà puoi fare...) .

giovedì 10 agosto 2017

Bambini e paura della morte: che fare?

Anna (ogni riferimento che possa rendere la persona riconoscibile è stato eliminato) è una bambina di 9 anni che da un pò di tempo presenta dei sintomi che stanno facendo molto preoccupare i suoi genitori.

Da un paio di mesi infatti, verso sera, ha dei picchi di ansia molto intensi, che si potrebbero definire veri e propri attacchi di panico: fatica a respirare, ha la sensazione che le manchi l'aria, le gira la testa. 
In quei momenti, se si trova fuori casa, chiede con insistenza di essere riportata a casa e vuole assolutamente la presenza di almeno uno dei suoi genitori.

La mamma e il papà di Anna hanno più volte chiesto alla bambina cosa avesse, cosa si sentisse in quei momenti, ma la bambina si era sempre rifiutata di rispondere.
La mamma di Anna, assolutamente in buona fede, cercando di capire o di aiutare aveva a volte detto alla bambina: "Ma insomma Anna, cos'hai? Alla tua età i bambini dovrebbero solo giocare e divertirsi, perchè stai così?". Ma anche in questo caso non aveva ottenuto risposta.

I genitori mi riferiscono che da poco Anna ha perso uno zio al quale era legata, morto in maniera improvvisa. A loro sembra però che la morte dello zio non sia collegata al malessere della bambina, anche se lei si rifiuta di andare al cimitero sulla sua tomba.

I genitori di Anna si rivolgono quindi a me per capire cos'ha la loro bambina e per aiutarla a superare questo momento difficile.



Quando incontro Anna la prima volta mi trovo di fronte ad una bambina apparentemente piuttosto chiusa ma allo stesso tempo curiosa di cosa io potessi dirle e delle attività che le avrei potuto proporre.



paura della morte nei bambini
immagine su tuttomamma.it



Inizio spiegando ad Anna che i suoi genitori sono dispiaciuti perchè vedono che sta soffrendo e che vorrebbero fare qualcosa per farla stare meglio. Spiego anche che il mio ruolo è aiutare loro a capire ma soprattutto lei a superare questo momento difficile.

Le chiedo quindi di spiegarmi come si sente quando alla sera le capita di stare poco bene.
Lei mi descrive puntualmente i sintomi, che riconduco alla presenza di una forte ansia.
Però nemmeno a me Anna vuole dire cosa pensa, cosa la fa stare male.

Allora propongo un indovinello, ipotizzando che il suo malessere sia legato alla morte dello zio.
Le faccio varie ipotesi chiedendo di dirmi, come in un gioco, "acqua", "fuochino", "fuoco" quando mi fossi avvicinata all'ipotesi giusta e lei accetta.
In pochi minuti arriviamo all'ipotesi giusta: Anna ha paura che la morte venga e se la porti via improvvisamente, così come è accaduto allo zio.

Nel momento in cui "indovino" la corretta causa della paura, Anna scoppia in un pianto liberatorio e mi confida che non ne aveva mai parlato con i suoi genitori per paura di essere rimproverata per aver avuto verti pensieri.

Da qui la strada per noi è in discesa.

Spiego ad Anna che la sua reazione è normale, in risposta alla perdita improvvisa di una persona cara.

Inoltre, poichè Anna temeva che i segnali della paura (mancanza d'aria, capogiri) fossero il segnale di una morte imminente, spiego che quelli altro non erano che sintomi di ansia o di paura e che quindi non erano per niente pericolosi.

Le insegno anche una tecnica di rilassamento per ricondurre alla normalità questi segnali del corpo.

Infine le spiego che è piuttosto improbabile che un bambino muoia improvvisamente, senza motivo e che invece una persona adulta o anziana può avere delle malattie che magari non sono scoperte se non quando è troppo tardi, ma che comunque ci sono e che portano il corpo, pian piano ad ammalarsi.
Le spiego anche che questa non è la situazione più frequente e che di solito le malattie vengono riconosciute per tempo e che i medici cercano di fare tutto il possibile per curare le persone, una buona parte delle volte riuscendoci. 

Dopo qualche seduta Anna è più serena, non ha più gli attacchi di panico serali e ha persino accettato di andare al cimitero a fare visita allo zio.
Ho suggerito ai genitori di parlare con la bambina dello zio e delle emozioni che la sua morte aveva suscitato e potrebbe nuovamente suscitare ogni volta che la bambina desideri farlo, accettando e non bloccando ogni manifestazione delle stesse, senza giudizi o censure.

Se avete trovato interessante questa storia condividetela con chi pensate sia alle prese con un momento di lutto che investa anche dei bambini, potrebbe essere loro d'aiuto.


mercoledì 5 luglio 2017

Il tuo bambino ha paura dell'acqua? Scopri come puoi aiutarlo

Mi capita alcune volte che qualche mamma mi racconti della difficoltà che il suo bambino ha nel familiarizzare con l'acqua. 
Che sia acqua della piscina o del mare, il bambino ha una gran paura. 

In particolare recentemente ho incontrato nel mio studio una signora che mi spiegava che, per aiutare la sua bambina di 4 anni a superare la paura dell'acqua, l'aveva iscritta ad un corso di nuoto.

Ma anche lì, niente da fare. La bambina piangeva per tutto il tempo della lezione, l'istruttore le aveva provate tutte ma poi sembrava essersi un pò rassegnato a convivere con questa allieva alquanto riluttante. 

Alla mamma però dispiaceva vederla così e alla fine l'aveva ritirata dal corso, non senza sgridarla e ripeterle: "Vedi che tutti gli altri bambini entrano in piscina senza fare storie? Solo tu ti agiti e piangi come una sciocchina!"

Ma il problema permane e, in prossimità delle vacanze estive questa mamma si chiede: come posso aiutare la mia bambina a superare la paura dell'acqua?

Innanzitutto il primo consiglio che mi sono sentita di dare a questa mamma è di ridimensionare le aspettative e darsi (oltre che dare alla bambina) del tempo. Forzare le tappe, spingere oltremodo e troppo velocemente la bambina verso l'acqua, far passare l'idea che ci si aspetta da lei che impari a stare in acqua in quattro e quattr'otto non migliorerà le cose.

Il secondo consiglio quindi, immediatamente discendente dal primo è creare un clima di serenità e di assenza di qualsivoglia aspettativa nei confronti della bambina.

Il terzo consiglio è di prevedere un percorso di avvicinamento per tappe all'acqua. 

La prima di queste potrebbe essere l'osservazione di un'altra bambina, della stessa età o di poco più grande che si diverte nuotando o giocando in mare.
Questa osservazione deve essere condotta non facendo paragoni (es. "vedi lei che brava che non fa storie mentre tu invece...") ma semplicemente facendo notare quanto appunto l'altra bambina si stia divertendo.

immagine da blogmamma.it

La seconda potrebbe essere fare un gioco divertente per la bambina in riva al mare. Si potrebbe giocare a palla (che potrebbe finire nel mare e quindi potrebbe essere necessario andare a recuperarla) o magari con l'innaffiatoio giocattolo prendere un pò di acqua e iniziare ad annaffiarsi i piedi a vicenda.

La terza potrebbe essere costruire dei castelli di sabbia chiedendo alla bambina di andare a prendere con il secchiello l'acqua necessaria in mare.

La quarta potrebbe essere riempire una piscinetta di quelle che si usano per i bambini più piccoli e permetterle di entrare e sguazzare un pò in quei pochi centimetri di acqua importanti per farle "prendere confidenza" con l'acqua.

La quinta potrebbe essere immergere le mani nell'acqua del mare e giocare a rincorrersi per bagnarsi a vicenza.


immagine da bebeblog.it



Poi si potrebbe giocare con le pistole ad acqua riempite con acqua di mare, notando la sensazione di frescura e di benessere che l'acqua fresca porta al corpo in una giornata molto calda nonchè il divertimento stesso che il gioco comporta. 

Quando la bambina si sente pronta si può proporre di entrare in mare, la prima volta solo fino alle caviglie, per poi aumentare gradualmente la parte del corpo raggiunta dall'acqua.
Le prime "immersioni" vanno fatte ovviamente in un contesto di mare tranquillo, che degrada dolcemente, senza onde. 
Ogni successo della bambina (ogni step in più compiuto) può essere premiato con una piccola sorpresina, precedentemente concordata.

immagine da nostrofiglio.it


E' poi utile ricordare che non va assolutamente rivelata ad altri (parenti, amici, vicini di ombrellone) la paura della bambina perchè questi, in buona fede, potrebbero riproporre l'argomento in modi scorretti, magari anche davanti alla bambina stessa, rinforzando in questo modo la paura.

Proprio in questi giorni la famiglia di questa bambina si trova al mare e da una mail della mamma ho appreso che gli esercizi, sebbene siano ancora in fase iniziale, stanno andando per il verso giusto.

Sono sicura che se i genitori continueranno su questa linea ben presto la paura dell'acqua sarà solo un brutto ricordo!

Se questo post vi è piaciuto condividetelo con quei genitori che hanno bambini con paura dell'acqua!



martedì 17 gennaio 2017

Balbuzie nei bambini: consigli per i genitori

Quello che vorrei raccontare oggi è un caso di balbuzie, che ho risolto in maniera positiva.
Ho incontrato Fabrizio, un bambino di 10 anni che da due presenta un problema di balbuzie. A scuola, ma anche a casa e con gli amici "incespica" mentre parla, al punto che è diventato difficile comprenderlo. Le maestre, preoccupate per lui, hanno suggerito ai genitori di chiedere una consulenza sia logopedica che psicologica, per risolvere il problema.
La situazione non è semplice perché, nonostante i compagni di scuola non lo prendano assolutamente in giro per la sua difficoltà, lui si sente talmente a disagio che ultimamente evita di prendere la parola in classe e i risultati scolastici stanno peggiorando.
Inoltre sembra che tenda ad evitare le situazioni di gioco e di scambio verbale con i compagni, forse per la paura di "esporsi" al loro giudizio o ai loro commenti.
Quando incontro i genitori di Fabrizio, loro me lo descrivono come un bambino molto intelligente e sensibile, emotivo e curioso.
Mi riferiscono che quando ha iniziato a balbettare loro erano molto a disagio e lo rimproveravano spesso per questa sua difficoltà, attribuendola a distrazione o a mancanza di volontà.
Quando incontro seccessivamente Fabrizio mi rendo conto che il problema effettivamente è serio. Le ripetizioni sono molte e lui sembra davvero a disagio per questo problema.
Consiglio ai genitori una valutazione logopedica con una collega di fiducia, che inizia una prima parte del trattamento, costruendo con il bambino una relazione di fiducia e iniziando ad insegnargli le prime tecniche per il controllo del suo eloquio.
Non appena Fabrizio dimostra di essere in grado di padroneggiare queste tecniche iniziamo il lavoro psicologico vero e proprio.
Nelle prime sedute dedico una parte del tempo anche io a costruire una relazione di fiducia con lui. Lo faccio attraverso il gioco e attraverso alcuni semplici e divertenti esercizi di rilassamento.
Successivamente applico con lui il metodo del time out.
Ciò significa che lo faccio parlare per alcuni minuti su un argomento concordato in precedenza e, quando si inceppa, distolgo l'attenzione per alcuni secondi, dandogli il gempo di corregersi applicando una tra le tecniche apprese con la collega.
Ogni volta che riesce a correggersi e a ripartire correttamente applico uno smile su una tabella a più colonne e al raggiungimento di 5 smile preparo una piccola sorpresa da dargli.
Contemporaneamente suggerisco ai genitori di non rimproverarlo per la sua difficoltá e insegno loro alcuni esercizi da mettere in pratica con lui a casa.
Fabrizio impara nel corso di tre mesi a controllarsi di più ma non si sente ancora sicuro a scuola e lì tende ancora a "nascondersi" e a non prendere la parola.
D'accordo con le maestre inizio degli esercizi di esposizione graduale.
Inizialmente chiedo al bambino di immaginarsi a scuola, durante una verifica orale, mentre parla e riesce a correggersi applicando una delle tecniche che conosce.
Poi facciamo delle prove nel mio studio. Mettiamo in atto un vero e proprio gioco di ruolo in cui io faccio la parte della maestra e lui deve parlare a voce alta applicando le tecniche che conosce.
Poi chiedo alle maestre di farlo parlare in classe per poco tempo su argomenti che conosce bene e verso in quali si sente sicuro.
In questo modo Fabrizio prende gradualmente fiducia in se stesso.
Progressivamente le maestre lo fanno parlare per un tempo sempre crescente, lodandolo (a tu per tu) quando dimostra di impegnarsi ad applicare i metodi che ha imparato.
Man mano Fabrizio diventa sempre più abile nel controllarsi e anche l'ansia nel comunicare con gli altri diminuisce.
Ora evita sempre meno situazioni e sembra più inserito nel gruppo classe.
Anche i genitori sono soddisfatti e, nell'arco di pochi mesi, il lavoro può considerarsi concluso.



Quindi, cosa possono fare in prima battuta i genitori in presenza di un figlio che balbetta?

1) Se il bambino è molto piccolo (età prescolare) il problema tende a rsiolversi spontaneamente per cui non è opportuno darvi risalto.

2) Se il bambino è più grande (etá scolare) e il problema persiste da più di 8/10 mesi è opportuno chiedere una consulenza specializzata ad un logopedista o ad uno psicologo esperto nel trattamento della balbuzie.

3) Non sgridare il bambino per la sua difficoltà perché si potrebbe ottenere l'effetto di aumentare ansia e stress con un conseguente peggioramento del problema.

4) Quando si parla con il bambino rallentare la velocità dell'eloquio. Ciò significa parlare più lentamente del normale.

5) Guardare il bambino negli occhi mentre si parla con lui anche se incespica. Ciò gli trasmette calma e attenzione nei suoi confronti.

6) Lasciare che il bambino finisca di dire ciò che vuole dire, anche se fatica. Ciò gli trasmette calma e interesse.

7) Non parlare del suo problema davanti ad altre persone perché questo potrebbe aumentare in lui il livello di ansia e il timore di essere giudicato.


In sintesi abbiamo visto come il problema della balbuzie in una buona parte di casi sia risolvibile o migliorabile.
Importante però è prenderlo per tempo non aspettando che, se sono già trascorsi parecchi mesi, il problema si risolva da solo.
È anche importante un atteggiamento calmo e comprensivo da parte dei genitori e delle persone che sono a contatto con il bambino.

Fonte immagine: leonardo.it


venerdì 18 novembre 2016

Come insegnare al tuo bambino a rispettare le regole

In questo podcast voglio illustrare come sia possibile in modo semplice insegnare ai bambini a mettere in atto dei comportamenti positivi.
Spesso i genitori con cui lavoro mi riferiscono di dover ripetere ai bambini decine e decine di volte le stesse cose "riordina i giochi!", "lascia stare tuo fratello!".
Qualcuno ricorre anche alle minacce e agli sculaccioni, che ovviamente non insegnano nulla al bambino, se non ad utilizzare erroneamente la forza nei momenti difficili.
Con li metodo della token economy che vedrete nel video è possibile invece aiutare i bambini a rispettare le regole in modo positivo.

Dopo aver visto il video ricordate le regole per applicare questo metodo:

1) il metodo va spiegato e concordato con il bambino in un momento di tranquillità, quando non c'è in corso alcuna discussione
2) si fissa una regola alla volta
3) le faccine vanno date subito dopo che il bambino ha messo in atto il comportamento positivo
4) se il bambino non mette in atto il comportamento positivo non si dá alcuna faccina
5) si devono creare le situazioni per cui il bambino rapidamente ottenga le prime faccine (e quindi la prima sorpresa)
6) le regole vanno fissate in positivo, cioè non va chiesto di "non disordinare la cameretta" ma "riordinare la cameretta"


Alcune domande che i genitori tipicamente mi rivolgono dopo che ho illustrato loro il metodo sono:

"Ma non è che il bambino apprende la "furbata" di fare qualcosa solo perchè ha in cambio qualcosa d'altro?"
In realtà il genitore vorrebbe che il bambino si comportasse bene perchè dovrebbe capire che "è giusto farlo". Il bambino piccolo però non ha una coscienza morale così sviluppata da riuscire a farlo e invece comprende benissimo con questo metodo cosa ci si aspetta esattamente da lui.

"Devo continuare ad applicare questo metodo sempre?"
No, quando il bambino ha appreso a rispettare la regola stabilita il metodo non serve più. Può essere utilizzato o in un momento successivo oppure per far apprendere un'altra regola.

"Da che età si può applicare il metodo?"
Dai tre quattro anni di età, fino all'adolescenza, sostituendo magari, per i ragazzini più grandi, delle piccole ricompense in denaro o di altro tipo.




..e ora: buon lavoro a tutti i genitori!!









venerdì 3 giugno 2016

Tuo figlio non vuole dormire nella sua cameretta? 5 consigli per risolvere la situazione

Non è infrequente nel mio lavoro imbattermi in genitori che mi dicono che il loro bambino dorme con loro nel lettone e ha paura di dormire da solo e loro vorrebbero lui imparasse a stare da solo nella sua stanza.
In questi casi si tratta di bambini in etá scolare, per cui ci si potrebbe legittimamente aspettare che siano in grado di addormentarsi da soli e di dormire tutta la notte nella propria camera. 
A volte, a monte di questa situazione, ci sono delle paure.

Ad esempio, uno dei casi di cui mi è capitato di imbattermi ultimamente è quello di Anna (ogni riferimento che possa rendere riconoscibile la bambina è stato eliminato), di 10 anni, che nonostante abbia scelto personalmente la sua cameretta e l'abbia arredata con cura insieme al papá e alla mamma, proprio non se la sente di andare da sola a dormirci e insiste nel rimanere nel lettone dei genitori, i quali, pur volendo molto bene alla bambina e apprezzando le coccole che si possono fare tutti insieme nel lettone, ritengono sia arrivato il momento di un cambiamento.
Anna mi rivela che ha molta paura delle ombre che si creano quando diventa sera e teme che durante la notte queste prendano vita e vengano a spaventarla mentre dorme. Secondo lei l'ombra proiettata dal suo pelouche preferito diventa un mostro cattivo che potrebbe mangiarla o portarsela via. Nel lettone dei genitori si sente invece protetta, certa che le ombre non le faranno niente. 

Vediamo come ho risolto questo caso. 


come aiutare i bambini a superare la paura del buio e dormire da soli



Per iniziare ho scelto di fare con la bambina dei giochi al buio. Abbiamo giocato a riconoscere gli oggetti al buio, per familiarizzare con l'oscuritá.
Poi abbiamo fatto il gioco delle ombre cinesi, al fine di auto produrre delle forme, dapprima non paurose e poi sempre più paurose, con cui prendere confidenza, per constatare la loro inoffensivitá. Durante le prime volte Anna ha provato una paura abbastanza forte ma ripetendo più e più volte il gioco la paura si è abbassata sempre di più. 
Quando Anna si è sentita più sicura ed è riuscita a superare tutte queste 'prove' siamo passati alla sfida più impegnativa: allontanarsi gradualmente dal letto dei genitori. Per fare questo abbiamo preso un letto di quelli gonfiabili da sistemare dapprima accanto al letto dei genitori e abbiamo dato ad Anna una maglietta di mamma e una di papà, da stringere a sè durante la notte.
Sera dopo sera abbiamo allontanato sempre di più il letto fino a raggiungere la cameretta. Man mano Anna ha capito di potercela fare e che la paura poteva essere superata.
Il passo finale è stato riuscire ad addormentarsi da sola familiarizzando prima anche con le ombre presenti in cameretta.

Alla fine del percorso, durato alcuni mesi, Anna è riuscita a dormire nel suo letto.

Ecco ora dei consigli per i genitori nel caso in cui i loro bambini non vogliano dormire da soli e indugino nel lettone 'oltre il tempo massimo'.

1) Cercare di comprendere se il bambino ha qualche paura e ascoltarlo senza deriderlo o sminuire la situazione.

2) Cercare di trovare dei modi per sconfiggere la fonte della paura. Ad esempio, nel caso della paura dei mostri, uno "spray anti mostri" da spruzzare ogni sera accanto al letto, potrebbe risolvere alcune tra le situazioni più antipatiche.

3) Leggere con i bambini dei testi che parlino proprio della sua paura, sottoforma di fiaba, e commentarli con lui

4) Non perdere occasione di lodare il bambino in ogni situazione in cui si dimostra coraggioso, cercando di fargli cambiare idea su se stesso, nel caso abbia imparato ad autodefinirsi 'pauroso' 

5) Dividere un grande obiettivo (dormire da sola nel proprio letto) in piccoli sottoobiettivi, promettendo una piccola ricompensa al raggiungimento di ogni traguardo


Nel caso in cui la situazione non si sblocchi è opportuno che i genitori si rivolgano ad uno psicologo esperto nel trattamento delle paure e dell'ansia in etá evolutiva.

immagine su diredonna.it

giovedì 14 aprile 2016

Ansia anticipatoria nei bambini: quali le cause?

Il modo in cui si aiutano i bambini a superare ansia e ansia anticipatoria risulta fondamentale per la loro salute psicologica.
Più volte nel blog ho parlato di cosa è l'ansia, quali sono i suoi sintomi e come si manifesta.
Ho anche illustrato in cosa consiste l'ansia anticipatoria.
Ora vorrei descrivere quali sono le ragioni per cui un bambino è più ansioso di un altro, quali sono le più frequenti cause di ansia e ansia  anticipatoria nei bambini.


come aiutare i bambini a gestire l'ansia


# Perché alcuni bambini sono più ansiosi di altri?

Questa è una domanda che i genitori mi rivolgono spesso. "Perché il mio bambino è sempre in ansia"? "Perché i suoi amichetti sono sicuri di loro stessi e il mio bambino no?" "Ho due figli: come mai uno è sicuro e spavaldo e l'altro è timoroso e ansioso"?

La risposta a questa domanda è semplice. Perché l'ansia si strutturi e diventi un problema per un bambino ci sono fondamentalmente due ragioni:

- una prima ragione è il temperamento del bambino. I bambini "nascono" fatti in un certo modo, per cui già da neonati hanno un certo temperamento. Alcuni si spaventano con ogni piccolo rumore, non amano i cambiamenti, non vogliono stare con persone che non siano mamma e papà. Altri neonati hanno un temperamento diverso. Sono tranquilli, rilassati per la maggior parte del tempo, dormono molto anche in presenza di forti rumori, affrontano serenamente le novità e non si lasciano facilmente spaventare da situazioni impreviste. Altri ancora sono un mix delle due descrizioni.

- Poi c'è il grande ruolo dell'ambiente e dell'educazione ricevuta che risulta il nodo di gran lunga più importante per l'innestarsi e soprattutto il perpetuarsi di situazioni di ansia e di ansia anticipatoria.
Ciò significa che risulta molto importante ciò che le figure di riferimento (i genitori soprattutto) del bambino fanno o dicono in risposta alla sua ansia.

Facciamo un esempio: Mario è un bambino di 5 anni, che sta imparando ad andare in bicicletta senza le rotelline di supporto. Alla prima caduta si spaventa ed inizia a piangere. La mamma allora si avvicina allarmata e gli dice: "Povero Mario! Te l'avevo detto che cadevi! Ora vieni in braccio, andiamo a fare una bella merenda e per un po' alla bici non pensiamo più".

# A questo punto cosa dovrebbe pensare il bambino?

Mario potrebbe pensare:

1) che andare in bici è pericoloso e si può cadere (addirittura la mamma l'aveva previsto)

2) che una volta caduti immediatamente esiste una situazione (la merenda e l'abbraccio della mamma) che mi portano via dalle difficoltà.

3) che la paura e lo spavento non si possono sopportare, anzi, che sono emozioni che vanno subito eliminate

Quindi...perché Mario dovrebbe riprovare a salire sulla bicicletta?

E cosa succederebbe se la mamma alla sera, a cena insieme anche al papà parlasse a lungo della caduta di Mario, di come la bicicletta sia pericolosa, di come lei aveva detto di non togliere le rotelline ecc. ecc. ?

Ovviamente seguendo questa linea sarà difficile che Mario abbia di nuovo voglia di salire sulla bicicletta e, ogni volta che qualcuno proverà a proporglielo, proverà una forte ansia anticipatoria, dirà che ha mal di pancia, mal di testa, e che preferisce fare altro.

Con questo intendo che l'ambiente ha un ruolo fondamentale nel creare e/o mantenere situazioni di ansia nei bambini e che i genitori hanno un ruolo fondamentale nel prevenire e gestire le situazioni in cui i propri figli si mostrano ansiosi.

Immagine tratta da www.tecnologia-ambiente.it

mercoledì 12 novembre 2014

Il bambino oppositivo: comprenderlo, aiutarlo, gestirlo


I bambini con comportamenti di tipo oppositivo sono sicuramente di difficile gestione per un genitore. Sono solitamente spesso “in castigo”, sembra abbiano il potere di far arrabbiare tutta la famiglia. In termini psicologici, questo tipo di atteggiamento, se portato all’estremo, può configurarsi in un vero e proprio disturbo: il disturbo oppositivo provocatorio. Vediamo le sue caratteristiche.

I bambini con questo disturbo, che però deve essere diagnosticato da un professionista competente, da almeno sei mesi presentano almeno quattro fra le seguenti caratteristiche:

spesso vanno in collera

spesso litigano con gli adulti

spesso sfidano attivamente o si rifiutano di rispettare le richieste e le regole degli adulti

spesso irritano deliberatamente le persone

spesso accusano gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento

sono spesso suscettibili o facilmente irritati dagli altri

sono spesso arrabbiati e rancorosi

sono spesso dispettosi e vendicativi

Da numerose ricerche si è visto che i bambini con queste caratteristiche emettono i loro comportamenti a partire da alcuni stimoli, situazioni, fatti, che prendono il nome di “antecedenti”. Questi sono di solito cose che il bambino vorrebbe e mancano oppure cose che il bambino non vorrebbe e invece ci sono. A questo punto il bambino oppositivo emette i comportamenti di cui sopra. In genere i bambini con queste caratteristiche vivono tali situazioni (gli antecedenti) come “colpa”, coma causati da qualcuno (“è colpa tua”). Cioè qualcuno ha causato la mancanza o la presenza indesiderata. Quindi il comportamento oppositivo ha spesso il significato di “qui faccio come voglio io e tu non ti intrometti”. Spesso i bambini con queste caratteristiche hanno una visione particolare dell’autorità (rappresentata dai genitori, dalla maestra ecc.). Essi la vedono come qualcosa di negativo e ingiusto. L’autorità ingiusta quindi deve essere ostacolata e rimossa. Questo sembra essere il contenuto del pensiero dei bambini oppositivi. Quindi come fare per aiutarli? Come gestire il loro comportamento? Ecco qua alcune “buone prassi”.

1)      Essere giusti. Se il bambino litiga col fratellino piccolo perché quest’ultimo gli ha rubato un gioco non intervenire dicendo “lascia stare tuo fratello che è piccolo. Sei sempre il solito!”, ma riprendere il fratellino, che ingiustamente ha sottratto il gioco.

2)      Concordare le cose da fare. E’ meglio concordare con il bambino cosa si farà: Ad esempio dire. “Quando preferisci fare il bagno? Oggi pomeriggio o stasera?”

3)      Poiché i comportamenti oppositivi hanno la funzione di ridurre l’intrusività altrui e riprendere il controllo e di attirare l’attenzione delle persone vicine affettivamente, è importante dare attenzione al bambino quando non la chiede secondo modalità disfunzionali. Ad esempio quando il bambino è seduto tranquillo sul divano, avvicinarsi e parlargli amorevolmente.

4)      Rinforzare il bambino con lodi o piccole sorprese positive quando fa qualcosa di giusto. La lode o la sorpresa devono avvenire in un tempo vicino a quando il bambino si comporta bene e devono essere collegate al comportamento positivo. Ad esempio dire “Bravo che sei venuto con me a fare la spesa e ti sei comportato bene”.

5)      Mettere il bambino in “time out” (allontanarlo nella sua stanza ad esempio) per qualche minuto, quando si comporta palesemente in maniera aggressiva e scorretta.

giovedì 5 giugno 2014

Quello che un figlio direbbe di fronte alla separazione dei genitori

Stamattina, mentre stavo preparando il materiale per una serata formativa che terrò in una scuola materna la settimana prossima, mi sono imbattuta, consultando il libro "Vi lasciate o mi lasciate?" di Alberto Pellai e Barbara Tamborini, in un trafiletto, dove vengono riportate le parole che un figlio probabilmente direbbe trovandosi ad affrontare la separazione dei suoi genitori.

Queste parole mi hanno molto colpita e ho deciso di riportarle sul blog, confidando nel fatto che possano essere d'aiuto a tutti quei genitori che stanno affrontando una separazione o un divorzio.



Se un figlio potesse parlarvi con onestà e chiarezza, qual'è la lista delle cose che vorrebbe che voi sapeste:


Voglio che entrambi rimaniate coinvolti nella mia vita. Se potete, scrivetemi lettere, fatemi telefonate, chiedetemi un milione di cose. Quando non vi dimostrate coinvolti nella mia vita a me sembra di non essere importante e di non meritarmi il vostro affetto.

Per favore, non litigate troppo e cercate di andare d'accordo, per quanto questo sia possibile per una mamma e un papà che si separano. Cercate di trovare un'intesa su tutto ciò che mi riguarda. Quando litigate per causa mia penso di essere stato io a fare qualcosa di sbagliato e mi sento colpevole.

Voglio bene a entrambi e amo ogni istante che tracorro con ciascuno di voi. Perciò quando siete con me non mostratevi mai arrabbiati oppure gelosi, non fatemi domande su cosa e chi vede l'altro genitore perchè questo mi fa immaginare che volete che io stia dalla parte di uno o dell'altro e abbia delle preferenze nei vostri confronti.

Se dovete dirvi delle cose fatelo direttamente e non utilizzate me come ambasciatore dei vostri messaggi.

Quando parlate del genitore assente dite di lui/lei solo cose belle oppure, se non ci riuscite, state zitti.

Non dimenticate mai che voglio che entrambi rimaniate un punto di riferimento per la mia vita. Ho bisogno di una mamma e di un papà per diventare grande, per imparare ciò che è importante per me, per ricevere aiuto quando ho dei problemi.



Io le trovo delle parole molto toccanti, e voi?

 

domenica 18 maggio 2014

Cinque suggerimenti per insegnare le regole ai bambini




La modalità di far rispettare le regole ed impartire la disciplina ai bambini è da sempre un tema per il quale ricevo in studio diverse richieste di consulenza.
Per affrontare questo argomento parto oggi  dai risultati di alcuni studi che sono stati effettuati su bambini affetti da Disturbo Oppositivo Provocatorio e da Disturbo della Condotta. Questi bambini esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.
Premesso che nel ricercare le cause dei disturbi di tipo psicologico si ipotizzino quasi sempre anche cause di tipo genetico/biologico, per quanto riguarda questo tipo di disturbo emergono anche modelli familiari inadeguati nell'impartire la disciplina. In particolare, le famiglie dei bambini con questo tipo di difficoltà si rivelano inconsistenti nell'impartire regole e nel farle rispettare oppure, al contrario, eccessivamente rigide e severe, magari occasionalmente e sull'onda dell'umore del momento.
Il risultato è che, i figli di genitori con un atteggiamento simile, imparano a considerare l'autorità come inaffidabile, inattendibile, inconsistente e/o ingiusta, e tendono quindi a non rispettarla.
 
Volendo utilizzare i risultati di questi studi per trasporli in situazioni di "normalità" possiamo dire che per impartire regole e disciplina in modo corretto ai bambini sia opportuno: 

1) dare poche regole e farle rispettare sempre (anche se il bambino si oppone e fa capricci)

2) nel caso di infrazione di regole prevedere delle conseguenze che consistono nella privazione di privilegi o di attività gradite al bambino (es. se non riordini la tua camera non potrai guardare i cartoni animati)

3) prevedere dei rinforzi positivi (piccoli premi, conseguenze positive, lodi) nel caso in cui il bambino si comporti bene

4) evitare di ricorrere a punizioni di tipo fisico (sculaccioni) perchè il bambino le rimetterebbe probabilmente in atto verso compagni di classe o in altre situazioni

5) dare punizioni proporzionate all'infrazione della regola commessa (no a punizioni eccessivamente dure o troppo durature)


giovedì 28 novembre 2013

Quando un nonno muore: che fare?



La morte di un nonno o di una nonna é spesso la prima occasione di confronto per un bambino con il tema della morte. Questo accade perchè nella nostra societá  si tende a voler proteggere i bambini da ogni esperienza che si pensa causi dolore o disagio e quindi anche dal tema della morte. Ad un certo punto però il confronto con questa grande tematica diventa inevitabile.
In realtá, per avvicinare i bambini al tema della morte, sarebbe opportuno, quando le cose vanno bene, cioè quando non c'è nessuna situazione urgente o impellente da affrontare, permettere loro, se lo desiderano, di fare domande quando magari a morire è una persona estranea alla cerchie dei familiari. Può capitare che il bambino abbia sentito gli adulti parlare tra loro della morte di un conoscente o di un amico e che possa, mosso dalla curiositá, desiderare di porre alcune domande, a cui i genitori dovrebbero rispondere con parole semplici, cercando  il più possibile di mostrarsi tranquilli. In questi casi il bambino potrebbe avere paura che anche la mamma, o il papá possano morire, e in questo caso è opportuno spiegare che, in genere, a morire sono le persone di una certa etá che sono anche malate, anche se non si può escludere in linea di massima che ciò capiti anche in altre situazioni. Per parlare con tranquillitá della morte ai bambini esistono in commercio numerose favole e film da vedere e commentare insieme, che possono aiutare il genitore ad affrontare il tema avendo a disposizione una "guida".
Nei bambini, di fronte ad un lutto, possono apparire comportamenti come tristezza, rabbia, apatia, difficoltá a realizzare quanto accaduto e a considerare le morte un processo definitivo, senso di colpa quando il bambino ritiene, ovviamente erroneamente, di aver fatto qualcosa (un dispetto, una brutta litigata, un pensiero) che "per magia" può aver causato la morte della persona cara.
Ogni emozione dovrebbe essere lasciata esprimere, senza critiche o rimproveri, perchè ciò fa parte del processo di elaborazione del lutto e, soprattutto nel caso dei bambini, è da considerare più problematico il persistere di un certo comportamento piuttosto che la sua intensitá o la sua "stranezza".
Nel caso di Angelo, in cui il nonno è morto dopo una lunga malattia, vedere la mamma e il papá che se ne prendevano cura, è stato importante per "prepararlo" a ciò che sarebbe inevitabilmente accaduto. In questa situazione,  anche vedere i genitori piangere, può essere importante per creare un momento di condivisione emotiva speciale e particolare. Certo, se un adulto sente di non avere per nulla il controllo sul proprio dolore, prima di confrontarsi con un bambino dovrebbe quantomeno aver ritrovato una certa serenitá e, nel caso in cui si accorgesse di non farcela da solo, potrebbe valutare l'opportunitá di rivolgersi ad uno specialista.
A livello pratico, non appena possibile, sarebbe opportuno che il bambino avesse l'opportunitá di fare delle cose belle: una gita, una giornata speciale in cui magari ricordare che anche al nonno sarebbe piaciuto viverla.
Un'altra cosa che si può fare insieme è vedere delle fotografie appartenute alla persona defunta, e commentarle. Si può decidere di tenere nella propria cosa alcuni oggetti appartenuti al nonno o regalarne altri ad associazioni umanitarie o di volontariato in modo che possano "rivivere" nella casa di altre persone ed essere per loro utili.
Quando il bambino si sente pronto è opportuno andare a fare visita al cimitero, portando dei fiori o un disegno per la persona che non c'è più. Se i genitori di Angelo metteranno in pratica questi suggerimenti probabilmente lo aiuteranno ad affrontare questo momento nel modo più sereno possibile.

martedì 26 novembre 2013

Quando un nonno muore: la storia di Angelo, un bambino che voleva sapere

Angelo (ogni elemento che possa rendere la persona riconoscibile é stato eliminato) è un bambino di sei anni, molto intelligente e sensibile. Di recente il nonno di Angelo è mancato, dopo una lunga malattia. Loro due avevano un rapporto "speciale". Il nonno lo portava con sé a fare dei lavoretti nell'orto, facevano lunghe passeggiate in montagna; lo mandava e fare piccole commissioni e poi gli regalava qualche moneta, un euro, cinquanta centesimi, e Angelo ci comprava una volta le figurine, una volta il gelato, e un pò li risparmiava per andare col papá a vedere una partita della Juve, la sua squadra del cuore.
Inoltre passavano molto tempo insieme perchè entrambi i genitori del bimbo lavorano e la nonna se n'è giá andata da molto tempo.
Così quando il nonno muore i genitori di Angelo chiedono come sia piú giusto comportarsi verso il bambino, dato che Angelo chiede cosa é successo e vuole sapere tutto su cosa sia capitato al nonno.
Da un pò di tempo Angelo sembra distratto, svogliato e non vuole dormire da solo nella sua stanza. Sembra abbia paura di qualcosa che non riesce a dire. Cosa sta succedendo ad Angelo? Come aiutarlo al meglio in un momento così particolare?

martedì 7 agosto 2012

Il lavoro con i genitori di Sara


Sara (tutti gli elementi che possono rendere riconoscibili le persone in oggetto sono stati modificati) è una bambina di sette anni, che sta affrontando un periodo difficile della sua vita: la separazione dei suoi genitori.
La sua mamma è preoccupata, perchè da un pò di tempo, da quando i litigi tra papà e mamma si sono fatti più intensi, Sara ha inziato a manifestare tanta rabbia.
Se ne sono accorte le maestre a scuola, perchè risponde male ai compagni, alle maestre stesse, e una volta ha anche picchiato un altro bambino. E questo è strano, perchè normalmente Sara è una bambina tranquilla.
Addirittura è successo che a volte picchiasse anche la mamma. E questo davvero non era mai successo.
Inoltre sono comparse anche alcune paure, che prima non c'erano.
Ad esempio Sara alla sera non vuole più andare a dormire da sola nella sua camera e pretende che la mamma o il papà (che al momento vivono ancora insieme, ma non si sa ancora per quanto) stiano con lei fino a quando non si addormenta.
Non vuole più nemmeno andare a giocare a casa della sua migliore amica, Veronica.
Se è Veronica a venire a casa di Sara va bene, ma non va bene il contrario.

Cosa sta succedendo a Sara?
Perchè ha questi comportamenti di fronte a ciò che sta capitando alla sua famiglia?
Come possono i suoi genitori rendere questo momento il meno brutto possibile?

Cerchiamo di capire innanzitutto cosa sta succedendo a Sara.
Sara prova innanzitutto paura, perchè non sa cosa ne sarà di lei quando i suoi genitori si separeranno. Non sa se avrà più le stesse abitudini, se potrà frequentare gli stessi amici, se potrà fare le cose che da sempre le piacciono.

Prova probabilmente anche molta rabbia, perchè si sente frustrata ed impotente rispetto a ciò che le sta accadendo intorno.
Se avesse potuto scegliere non avrebbe mai voluto che i suoi genitori si separassero.

Ma cosa possono fare proprio i suoi genitori per rendere questo momento a Sara il meno traumatico possibile?
Innanzitutto è importante che non litighino davanti a lei. Le emozioni suddette, insieme anche ad altre, di segno negativo, si amplificano nei bambini che assistono a discussioni accese tra i propri genitori.
Sarebbe giusto che, per le questioni che riguardano la bambina, i suoi genitori riuscissero ad interagire nella maniera migliore possibile.
Inoltre è importante che entrambi si sforzino, anche se non si amano più, di non denigrarsi vicendevolmente davanti a Sara. Per lei è importante sapere di avere una mamma e un papà in gamba, anche se tra loro la stima reciproca si è esaurita.
La situazione migliore sarebbe quella di un genitore che con la propria figlia cerca di parlare in toni positivi dell'altro genitore.
E' infine importante che a Sara vengano per tempo illustrati i cambiamente eventuali a cui la sua vita andrà incontro ma anche le situazioni che rimarranno invariate.

I genitori di Sara, dopo aver adottato i comportamenti suggeriti, hanno chiesto cos'altro potevano fare per rendere il momento della separazione il meno traumatico possibile per la loro bambina.
Una cosa che è importante in assoluto fare è curare l'aspetto della comunicazione in senso lato.
Quindi, al di là dei suggerimenti già pubblicati è importante che un bambino che affronta un momento come questo si senta compreso sia su un piano verbale che non verbale.

Su un piano verbale, come già anticipato nel post precedente, i genitori che intendono separarsi dovranno mettere al corrente (utilizzando le parole adeguate all'età del proprio figlio) i bambini di ciò che avverrà per tempo e non mettendoli di fronte al fatto compiuto. Molti genitori pensano che sia meglio non parlare con i figli prima di separarsi nel timore che ciò li possa allarmare, preoccupare, traumatizzare. Dimenticano però che i bambini hanno antenne sensibilissime verso l'"aria" che si respira in casa e tendono, se non viene loro spiegato nulla, ad ingigantire oltremodo le loro paure, magari pensando di essere la causa della separazione dei genitori.

Inoltre dovranno aiutare i bambini ad esprimere ed accettare le proprie emozioni, anche quelle "negative", di rabbia o di paura, o magari anche di vergogna e senso di colpa, dicendo ad esempio "mi sembri molto arrabbiato/impaurito/ecc., ti va se ne parliamo un pò?" A volte i bambini faticano ad esprimere questo tipo di emozioni, anche per timore di offendere o far arrabbiare l'adulto. E' invece importante che ciò avvenga. A tal fine si può predisporre una sorta di gioco dove genitori, in fase di separazione, e figli, si siedono allo stesso tavolo e raccontano ognuno qualche emozione spiacevole che hanno sperimentato negli ultimi giorni. Alla fine del gioco si può decidere di premiarsi e di consolarsi con una passeggiata, o con un momento speciale da passare insieme al bambino.

A livello non verbale (che è quell'aspetto della comunicazione che si mette in atto con le espressioni del viso e con i gesti del corpo) è importante comunicare vicinanza e rassicurazione con abbracci, tenendo il bambino per mano, usando in maniera appropriata lo sguardo e le espressioni del viso. Se un bambino vede sul volto del genitore un espressione rabbuiata è probabile che si senta impaurito, confuso o arrabbiato lui stesso, anche senza che il genitore abbia detto o fatto nulla.

Un ultimo aspetto che è importante curare, soprattutto dopo la separazione, è il mantenimento di alcune routine. Ad esempio è importante che il bambino conservi all'incirca gli stessi orari per il gioco, per il riposo, per i pasti, sia a casa della mamma che in quella del papà (nel caso in cui sia il bambino a doversi spostare), che possa portare con sè i suoi giochi preferiti.
Se i genitori di Sara riusciranno a mettere in atto questi suggerimenti aiuteranno la bimba a superare questo momento nel migliore dei modi possibili.

* Buona parte del lavoro con i genitori di Sara è stato effettuato prendendo spunto dal libro di Pellai A. e Tamborini B. "Vi lasciate o mi lasciate?" Erickson 

giovedì 26 luglio 2012

I genitori di Sara si separano

Sara (tutti gli elementi che possono rendere riconoscibili le persone in oggetto sono stati modificati) è una bambina di sette anni, che sta affrontando un periodo difficile della sua vita: la separazione dei suoi genitori.
La sua mamma è preoccupata, perchè da un pò di tempo, da quando i litigi tra papà e mamma si sono fatti più intensi, Sara ha inziato a manifestare tanta rabbia.
Se ne sono accorte le maestre a scuola, perchè risponde male ai compagni, alle maestre stesse, e una volta ha anche picchiato un altro bambino. E questo è strano, perchè normalmente Sara è una bambina tranquilla.
Addirittura è successo che a volte picchiasse anche la mamma. E questo davvero non era mai successo.
Inoltre sono comparse anche alcune paure, che prima non c'erano.
Ad esempio Sara alla sera non vuole più andare a dormire da sola nella sua camera e pretende che la mamma o il papà (che al momento vivono ancora insieme, ma non si sa ancora per quanto) stiano con lei fino a quando non si addormenta.
Non vuole più nemmeno andare a giocare a casa della sua migliore amica, Veronica.
Se è Veronica a venire a casa di Sara va bene, ma non va bene il contrario.
Cosa sta succedendo a Sara?
Perchè ha questi comportamenti di fronte a ciò che sta capitando alla sua famiglia?
Come possono i suoi genitori rendere questo momento il meno brutto possibilie?