lunedì 15 settembre 2014

Le conseguenze dell'ansia patologica

Una delle principali conseguenze dell'ansia patologica (eccessiva, che viene sperimentata troppo spesso e troppo intensamente) è l'evitamento. La persona, cioè, sceglie di evitare le situazioni che le causano ansia, nel tentativo di proteggersi dai pericoli percepiti.
A volte l'evitamento riguarda anche i pensieri di tipo ansiogeno. L'individuo sceglie cioè di "non pensare" a ciò che lo preoccupa, rendendosi però conto che il "non pensarci" è impresa assai ardua. Inoltre evitare le situazioni che provocano ansia non permette di risolverle e di scoprire, in molto casi, che il pericolo che veniva percepito non era poi così grosso, così importante come si pensava.
Un'altra conseguenza dell'ansia eccessiva, legata strettamente alla precendente, è il rimandare le cose da fare che causano preoccupazione. Se qualcosa ci turba, ma lo dobbiamo fare, è certo che quel qualcosa finirà in fondo alla lista degli impegni. Anzi, se qualcuno lo fa al posto nostro, tanto meglio.
Il problema è che rimandando all'infinito la risoluzione dei problemi o evitandoli non ci rendiamo nemmeno conto che, con un pò di sforzo, quei problemi in realtà noi siamo in grado di risolverli. Se non li affrontiamo mai ci rimarrà la spiacevole sensazione che le cose sono più grandi di noi e che siamo impotenti rispetto ad esse. 
Inoltre l'ansia patologica si accompagna spesso con un fenomeno che si chiama "catastrofizzazione". Chi è molto ansioso, cioè, percepisce le conseguenze delle proprie azioni o di ciò che potrà accadere come una vera e propria catastrofe e i pensieri che affollano la sua mente sono del tipo: "se dovesse accadere ciò di cui ho paura sarebbe terribile, non potrei proprio superarlo".
Nella maggior parte dei casi, però, dopo un'attenta riflessione, si scopre che ci sono ben poche situazioni realmente insuperabili e che di fronte alla maggior parte dei problemi esistono soluzioni realmente praticabili.
Questa sono alcune tra le conseguenze principali dell'ansia eccessiva.
 
 
 
 
 
Ad Ottobre terrò presso il mio studio di Piancogno due incontri rivolti ad un piccolo gruppo di partecipanti in cui sarà possibile approfondire e personalizzare il tema del vissuto personale dell'ansia e capire come contrastare attivamente i pensieri ansiogeni. Chi fosse interessato a partecipare può trovare la locandina dell'evento nella sezione "prossime iniziative".

mercoledì 23 luglio 2014

Ansia: se la conosci...



Spesso nel mio lavoro mi trovo a che fare con persone che soffono di ansia eccessiva. Ma cos'è l'ansia? E quando si può definire "esagerata"?
L'ansia è un'emozione legata alla sensazione che qualcosa di brutto sta per accadere o accadrà nel breve periodo. Come tutte le emozioni, essa serve a qualcosa, altrimenti non esisterebbe.
A cosa serve quindi l'ansia? Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che essa è simile alla paura. Ansia e paura sono "sorelle" e servono per avvisarci che c'è un pericolo e che bisogna fare qualcosa per affrontarlo. Provate a pensare che state attraversando una strada trafficata. Improvvisamente verso di voi sopraggiunge un camion a forte velocità, che non accenna a rallentare. Se in quell'occasione non provassimo paura non avremmo la prontezza di correre il più velocemene possibile sull'altro lato della strada per metterci in salvo. Quindi l'ansia e la paura ci servono per difenderci dai pericoli.
Anzi, in alcune circostanze un certo livello di ansia ci permette di rendere al meglio. Proviamo a pensare se dovessimo sostenere un colloquio di lavoro e non provassimo per niente ansia. Non ci importerebbe molto del colloquio, non presteremmo attenzione all'interlocutore nè a ciò di cui stiamo parlando e probabilmente non riusciremmo a superare positivamente la situazione.




Ma cosa accade quando ansia e paura si presentano in situazioni in cui ci rendiamo conto oggettivamente che grossi pericoli non ce ne sono? Oppure quando occorrono troppo frequentemente in modo da condizionarci la vita e impedirci di fare delle esperienze che riteniamo "normali", importanti per noi o che comunque vorremmo fare?
Se siamo in una di queste situazioni (cioè di ansia sperimentata troppo frequentemente o in casi in cui riconosciamo che effettivamente il pericolo non c'è o non è tale da giustificare una reazione ansiosa esagerata oppure se ci rendiamo conto che stiamo evitando molte situazioni per paura che qualcosa di grave possa accadere) ci troviamo nel campo dell'ansia esagerata o "patologica".
Nel prossimo post vedremo meglio quali sono le conseguenze dell'ansia patologica.


immagine da insiemedap.it

mercoledì 9 luglio 2014

Attacchi di panico: che fare?


 
Nel post precedente avevo raccontato la storia di Marco, che ha paura di guidare in autostrada perchè teme di avere proprio lì un attacco di panico, dato che gli è già capitato in passato di averne in quella situazione.
Ora cerchiamo di rispondere ad alcune domande.

Perchè insorgono gli attacchi di panico?

Come si possono sconfiggere e tornare a stare meglio?





Innanzitutto diciamo che il primo attacco di panico, di solito, si verifica in un momento stressante, dal punto di vista fisico o psicologico per la persona.
Ad esempio una persona può avere il primo attacco di panico in seguito al lutto per la morte di una persona cara, oppure durante o appena dopo un periodo di super lavoro o di affaticamento, e così via.
Però successivamente gli attacchi di panico si mantengono in genere a causa della presenza di due fattori.
Il primo si chiama iperventilazione, e consiste nella tendenza a respirare più frequentemente o più profondamente ai primi sintomi di ansia.
E' stato dimostrato che iperventilare produce una serie di cambiamenti nel corpo, che aumentano la probabilità che l'attacco di panico si verifichi.
Un secondo fattore è l'interpretazione catastrofica dei sintomi dell'ansia. La persona che soffre di attacchi di panico, cioè, si spaventa per la sua stessa ansia, credendo che potranno accaderle cose terribili.
In questo modo però si auto genera ancora più ansia, e da lì può scatenarsi l'attacco di panico.

Cosa si può fare quindi per stare meglio?

La psicoterapia cognitivo comportamentale, in un tempo non eccessivamente lungo, che mediamente si attesta intorno alle 15-20 sedute, insegna alla persona:

- a modificare i pensieri catastrofici riguardanti le conseguenze dell'ansia e del panico e a sostituirli con pensieri più realistici

- a respirare in una maniera corretta, di modo che ai primi sintomi di ansia, la situazione venga "bloccata" e non si scateni il panico

- a sperimentare in maniera protetta (tramite delle esercitazioni da svolgersi in seduta o come "compito a casa" ) delle sensazioni fisiche che assomigliano a quelle suscitate dal panico, in modo da non averne più paura

- ad affrontare, un pò alla volta, le situazioni che venivano evitate per paura che potesse arrivare l'attacco di panico, in modo da dimostrare che è possibile farcela e riprendere in mano la propria vita.

Se Marco seguirà gli esercizi proposti nell'ambito della terapia in breve tempo riuscirà a riprendere a guidare normalmente e non dovrà più alzarsi due ore prima per andare al lavoro!

martedì 1 luglio 2014

Gli attacchi di panico: la storia di Marco


Marco (ogni elemento che possa rendere la persona riconoscibile è stato eliminato) è un ragazzo di 23 anni, fidanzato da tempo con una ragazza con la quale fa progetti di matrimonio. Da poco ha cambiato lavoro e qui...sono cominciati i problemi. Infatti il nuovo lavoro prevede uno spostamento in autostrada di circa un centinaio di chilometri al giorno ma Marco ha un problema: soffre di attacchi di panico e, siccome ha avuto altri attacchi di panico tempo fa proprio mentre guidava in autostrada, teme che la stessa esperienza possa ricapitargli e proprio non riesce a guidare in quella situazione.
Di conseguenza, per evitare l'autostrada percorre le strade statali fino ad arrivare a destinazione ma in questo modo ci mette moltissimo tempo per raggiungere la sede del lavoro. Si deve svegliare alle cinque ogni mattina, per essere sul posto alle nove.
Al ritorno lo stesso problema: l'ufficio chiude alle 18 ma lui non è a casa prima delle 20.
Inoltre il suo responsabile gli ha chiesto di fare dei viaggi di lavoro per mantenere i contatti con clienti di altre province ma questo implica il guidare in autostrada e Marco proprio non ce la fa.
Cosa succede a Marco? Cos'è un attacco di panico? Che sintomi comporta?




Un attacco di panico è un episodio di ansia acuta, di intensa paura o disagio, in cui si manifestano, in genere in un lasso temporale di dieci minuti o meno, almeno quattro tra i seguenti sintomi:
-palpitazioni
-sudorazione
-tremori fini o a grandi scosse
-dispnea (sensazione di "fame d'aria) o sensazione di soffocamento
-sensazione di asfissia
-dolore o fastidio al petto
-nausea o disturbi addominali
-parestesie (formicolii agli arti) e brividi o vampate di calore
-vertigini o sensazione di testa vuota
-derealizzazione (sensazione di distacco dalla realtà) o depersonalizzazione (sensazione di sentirsi staccati dal proprio corpo e di vedersi dall'esterno)
-paura di perdere il controllo o di impazzire
-paura di morire
Spesso il disturbo di panico (che prevede l'avere avuto attacchi di panico ricorrenti) si accompagna all'agorafobia, che è la paura di poter avere un attacco di panico in determinate situazioni.
Questa paura nasce perchè:
-la persona crede di poter avere in determinati luoghi un attacco di panico perchè proprio in quei luoghi le è capitato di averne
-la persona teme le conseguenze sociali di un attacco di panico in determinati luoghi
-la persona teme di poter avere un attacco di panico in situazioni considerate pericolose
Una conseguenza diretta dell'agorafobia è la generalizzazione: la persona tende cioè ad evitare sempre più situazioni, per un processo di diffusione della paura.
Ma come mai insorgono gli attacchi di panico?
E soprattutto cosa può fare Marco per stare meglio?
Nel prossimo post le risposte a queste domande...


giovedì 5 giugno 2014

Quello che un figlio direbbe di fronte alla separazione dei genitori

Stamattina, mentre stavo preparando il materiale per una serata formativa che terrò in una scuola materna la settimana prossima, mi sono imbattuta, consultando il libro "Vi lasciate o mi lasciate?" di Alberto Pellai e Barbara Tamborini, in un trafiletto, dove vengono riportate le parole che un figlio probabilmente direbbe trovandosi ad affrontare la separazione dei suoi genitori.

Queste parole mi hanno molto colpita e ho deciso di riportarle sul blog, confidando nel fatto che possano essere d'aiuto a tutti quei genitori che stanno affrontando una separazione o un divorzio.



Se un figlio potesse parlarvi con onestà e chiarezza, qual'è la lista delle cose che vorrebbe che voi sapeste:


Voglio che entrambi rimaniate coinvolti nella mia vita. Se potete, scrivetemi lettere, fatemi telefonate, chiedetemi un milione di cose. Quando non vi dimostrate coinvolti nella mia vita a me sembra di non essere importante e di non meritarmi il vostro affetto.

Per favore, non litigate troppo e cercate di andare d'accordo, per quanto questo sia possibile per una mamma e un papà che si separano. Cercate di trovare un'intesa su tutto ciò che mi riguarda. Quando litigate per causa mia penso di essere stato io a fare qualcosa di sbagliato e mi sento colpevole.

Voglio bene a entrambi e amo ogni istante che tracorro con ciascuno di voi. Perciò quando siete con me non mostratevi mai arrabbiati oppure gelosi, non fatemi domande su cosa e chi vede l'altro genitore perchè questo mi fa immaginare che volete che io stia dalla parte di uno o dell'altro e abbia delle preferenze nei vostri confronti.

Se dovete dirvi delle cose fatelo direttamente e non utilizzate me come ambasciatore dei vostri messaggi.

Quando parlate del genitore assente dite di lui/lei solo cose belle oppure, se non ci riuscite, state zitti.

Non dimenticate mai che voglio che entrambi rimaniate un punto di riferimento per la mia vita. Ho bisogno di una mamma e di un papà per diventare grande, per imparare ciò che è importante per me, per ricevere aiuto quando ho dei problemi.



Io le trovo delle parole molto toccanti, e voi?

 

domenica 18 maggio 2014

Cinque suggerimenti per insegnare le regole ai bambini




La modalità di far rispettare le regole ed impartire la disciplina ai bambini è da sempre un tema per il quale ricevo in studio diverse richieste di consulenza.
Per affrontare questo argomento parto oggi  dai risultati di alcuni studi che sono stati effettuati su bambini affetti da Disturbo Oppositivo Provocatorio e da Disturbo della Condotta. Questi bambini esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.
Premesso che nel ricercare le cause dei disturbi di tipo psicologico si ipotizzino quasi sempre anche cause di tipo genetico/biologico, per quanto riguarda questo tipo di disturbo emergono anche modelli familiari inadeguati nell'impartire la disciplina. In particolare, le famiglie dei bambini con questo tipo di difficoltà si rivelano inconsistenti nell'impartire regole e nel farle rispettare oppure, al contrario, eccessivamente rigide e severe, magari occasionalmente e sull'onda dell'umore del momento.
Il risultato è che, i figli di genitori con un atteggiamento simile, imparano a considerare l'autorità come inaffidabile, inattendibile, inconsistente e/o ingiusta, e tendono quindi a non rispettarla.
 
Volendo utilizzare i risultati di questi studi per trasporli in situazioni di "normalità" possiamo dire che per impartire regole e disciplina in modo corretto ai bambini sia opportuno: 

1) dare poche regole e farle rispettare sempre (anche se il bambino si oppone e fa capricci)

2) nel caso di infrazione di regole prevedere delle conseguenze che consistono nella privazione di privilegi o di attività gradite al bambino (es. se non riordini la tua camera non potrai guardare i cartoni animati)

3) prevedere dei rinforzi positivi (piccoli premi, conseguenze positive, lodi) nel caso in cui il bambino si comporti bene

4) evitare di ricorrere a punizioni di tipo fisico (sculaccioni) perchè il bambino le rimetterebbe probabilmente in atto verso compagni di classe o in altre situazioni

5) dare punizioni proporzionate all'infrazione della regola commessa (no a punizioni eccessivamente dure o troppo durature)


domenica 27 aprile 2014

Disturbo d'ansia di separazione: quando "diventare grandi" è difficile

L'ansia di separazione è un fenomeno che si verifica quando un bambino fatica a separarsi dalle figure di riferimento (di solito i genitori) per affrontare delle esperienze in autonomia.
L'ansia assale il bambino, in genere, nel momento di andare a scuola, nel momento di andare a dormire, o quando deve essere affidato a qualcuno che non sia il padre o la madre.
Il malessere del bambino si può manifestare con pianti, segni di protesta, sintomi fisici (mal di pancia, mal di testa, nausea o vomito).
Immagine


Come in tutti i disturbi d'ansia, è importante comprendere al meglio i pensieri che il bambino ha nel momento in cui vive la separazione. In genere, i bambini che soffrono di questo disturbo temono che qualcosa di brutto potrà accadere a sè o al genitore mentre loro sono lontani perciò credono che, se resteranno accanto al genitore, ciò non accadrà.
Se però il bambino non si separa dal genitore avvengono delle spiacevoli conseguenze:
- il bambino non può constatare che, anche se si allontana, non accadranno cosa brutte o spiacevoli
- non potrà beneficiare di esperienze di socializzazione, apprendimento e crescita per lui importanti

Quando episodi di questo tipo compaiono saltuariamente e/o non hanno conseguenze rilevanti sulla vita del bambino li possiamo considerare fatti non preoccupanti e che possono spontaneamente risolversi.
Se però il problema perdura e limita il bambino nelle sue occasioni di crescita è opportuno rivolgersi ad uno psicologo specializzato nel trattamento dei disturbi d'ansia.

In generale cosa può fare un genitore per gestire al meglio la situazione?

1) evitare di allontanarsi dal bambino "di nascosto". Quando si va via è sempre opportuno dire dove e perchè ci si allontana e che presto (o il prima possibile) si ritornerà.

2) evitare di dire al bambino frasi come "se non fai il bravo vado via di casa" perchè alimentano nel bambino fantasie di perdita.

3)  evitare di dipingere il mondo come pieno di pericoli che il bambino non è in grado di affrontare. Cercare invece di valorizzare le opportunità presenti nell'ambiente ed eventualmente cercare con lui modi adatti per risolvere le difficoltà.

4) cercare il più possibile di non farsi vedere ansiosi/preoccupati di fronte alle reazioni del bambino o al momento del distacco. Vedere un genitore preoccupato non fa altro che confermare che davvero c'è qualcosa da temere.

5) evitare di pensare che al bambino debba essere evitata ogni fatica. Genitori che ritengono che il bambino non possa sopportare nemmeno una minima frustrazione tenderanno, di fronte alle prime proteste, a cedere e a tenere con sè il bambino, favorendo così l'incistarsi del problema.