martedì 22 gennaio 2019

Università e paura degli esami: come superarla?

Può capitare che un ragazzo che frequenta l'università, fin da subito o dopo un pò di tempo possa sviluppare una vera e propria paura di dare esami, che può portarlo anche, nei casi peggiori, a decidere di interrompere il proprio percorso di studi. 

Come si può spiegare questo atteggiamento?

Solitamente la causa di questa paura è una minaccia percepita all'autostima. Il ragazzo cioè, ritiene che se l'esame andrà male o se non sarà rispondente alle proprie aspettative, il proprio valore personale verrà meno, o agli occhi delle persone per lui significative, o ai propri stessi occhi. 

E' importante quindi razionalizzare le proprie paure per ridimensionare da un lato l'importanza data all'esame, dall'altro per valutare correttamente le proprie capacità e la propria preparazione.



immagine su skuola.net



Ecco quindi alcune strategie che possono essere utili in tal senso:

1) Vedere l'esame in modo meno assoluto e minaccioso. L'esame non valuterà la tua persona nel complesso, ma solo la preparazione in quello specifico argomento. Esso può essere una prova, che può insegnare qualcosa su di te, su come reagisci alle difficoltà e può dirti come puoi eventualmente migliorare nelle lacune nello studio.

2) Conoscere ciò che gli esami richiedono. Su cosa si concentra maggiormente il docente? Vuole sapere tutto (molto improbabile) o si concentra nello specifico su una parte del programma? Per questo è importante andare a lezione, per capire cosa vuole sapere in particolare da te quel docente in sede d'esame.

3) Visualizzarsi positivamente. Prova ad immaginare te stesso nella situazione d'esame. Immagina le domande che il docente potrebbe rivolgerti mentre rispondi ad esse in modo positivo. Prova a rivolgere concretamente a te stesso delle ipotetiche domande e a rispondere ad esse a voce alta. Immagina anche delle domande "trabocchetto" che potrebbero metterti in difficoltà e prova a rispondere anche a queste. Questo potrebbe aiutarti a farti sentire più sicuro di poter affrontare anche eventuali situazioni difficili.

4) Dividere i paragrafi da studiare secondo il criterio "facile"- "difficile". Alcuni paragrafi del libro sono più semplici, si ricordano facilmente, altri più difficili. Se differenzi il materiale da studiare non ti sembrerà di avere una mole enorme di lavoro da fare ma il tutto sembrerà più fattibile da affrontare. Potrai concentrarti maggiormente sulle parti più difficili e curarti molto meno del resto.

5) Studiare in modo attivo. Prendere appunti a lezione, fare schemi, riportare a lato del paragrafo le parole chiave più importanti portano ad un'elaborazione cognitiva più approfondita, che ti consente di apprendere e memorizzare più velocemente ed efficacemente quanto letto. 




immagine su comestudiare.info


Il giorno dell'esame:

1) Cura la tua immagine. No ai vestiti troppo stravaganti, succinti. Attenzione a dare un'immagine di te adatta al contesto in cui ti trovi. Sembra una banalità ma moltissimi docenti notano aspetti dell'abbigliamento "poco consoni" e ciò può indurli, anche involontariamente, a farsi un'idea di te che può non essere quella corretta ma che può in qualche modo influenzare l'esito dell'esame

2) Non pretendere di arrivare con un livello di ansia pari a zero. Una certa ansia, più elevata del "normale" è più che comprensibile e in una certa misura può aiutarti a dare il meglio di te. 

3) Non credere alla sensazione "non mi ricordo nulla". Non basarti su di essa per inferire previsioni negative rispetto all'esito dell'esame. E' normale avere questa sensazione e ciò non significa che nella memoria a lungo termine (quella in cui si sono depositate le informazioni apprese un pò alla volta nel corso del tempo) non ci sia nulla. 
Per spiegare questo concetto prova a pensare alla tua padronanza di una lingua straniera che hai studiato piuttosto bene nel passato ma che attualmente non stai parlando. Nel momento opportuno, ad esempio durante una vacanza all'estero, è molto probabile che ciò che ti sembrava dimenticato riaffiori alla memoria e che tu possa padroneggiare quella competenza appresa molto tempo prima.

Per finire: in bocca al lupo per il tuo prossimo esame!

martedì 8 gennaio 2019

Sessualità nella coppia: 5 fattori che la ostacolano

La sessualità all'interno della coppia è uno dei fattori che mantengono vivo l'amore. Essa è una vera e propria forma di comunicazione attraverso la quale passano l'idea che una persona ha di sè e del partner, la passione e la considerazione per l'altro. 

La sessualità richiede pazienza, perchè non è detto che una buona intesa sessuale con il partner si costruisca immediatamente. C'è bisogno di ascolto e di comunicazione reciproca affinchè si possa raggiungere una buona sintonia.

In alcuni casi l'intesa sessuale fatica ad essere raggiunta, o viene a perdersi nel tempo, frequentemente perchè intervengono uno o più dei seguenti fattori ad ostacolarla.

1) Ansia. E' uno dei peggiori nemici del sesso. L'ansia porta a non fidarsi di se stessi e/o del partner ed è incompatibile con l'abbandono e la tranquillità che dovrebbero invece esserci durante un rapporto sessuale. Può causare difficoltà o incapacità nel raggiungere l'erezione nell'uomo o difficoltà nel mantenerla e difficoltà nel raggiungere l'orgasmo da parte di entrambi i partner. Chi prova ansia rispetto alla sessualità tende a trovare i rapporti sgradevoli o a evitarli, creando quindi un circolo vizioso che mantiene l'ansia.

2) Inibizioni di tipo morale. Alcune persone, talvolta a causa di una rigida educazione ricevuta, credono che il sesso sia una cosa "sporca" o che alcuni desideri propri o del partner non siano confessabili o praticabili. In questo modo riducono il sesso ad una serie di pratiche meccaniche, stereotipate e limitate che difficilmente rendono il rapporto sessuale gradevole e stimolante.





3) Standard rigidi e irrealistici. Ci sono delle convinzioni riguardo al sesso che possono essere davvero limitanti. Mi riferisco a tutte le idee su "come dovrebbe essere", "come mi dovrei comportare per essere una buona amante", "cosa dovrei fare, quanto dovrei durare per essere un vero uomo", "quante volte si dovrebbe fare l'amore in una settimana". Queste idee portano a rigidità, tensione, e trasformano i rapporti sessuali in esercizi fisici performanti che, se non vanno come dovrebbero, portano a delusione e disistima di se e del partner.

4) Mito dello spontaneismo. Credere che tutto debba avvenire in modo "naturale", senza che sia ammesso comunicare e chiedere al partner quali siano i propri desideri in materia sessuale porta spesso ad un'insoddisfazione nella coppia. Credere che il partner possa leggerci nel pensiero è sbagliato. E' importante comunicare ciò che piace e ciò che non piace in ambito sessuale e chiedere al partner di fare lo stesso con noi.

5) Scarsa attrattiva personale. Percepirsi come poco attraenti causa insicurezza e ansia, le quali ostacolano la tranquillità necessaria durante un momento di intimità con il partner. Allo stesso modo, giudicare intollerabili alcuni difetti fisici del partner o la scarsa igiene personale da parte di uno o entrambi i membri della coppia conducono frequentemente ad un calo del desiderio.

mercoledì 21 novembre 2018

5 idee sbagliate sulla depressione

Spesso lavoro con persone che soffrono di depressione e uno dei motivi di sofferenza è il non sentirsi capite da chi sta loro accanto. Capita infatti che, se pure in buona fede, amici e familiari hanno un'idea della situazione non corretta che inevitabilmente si ripercuote sul corretto rapporto con la persona.

immagine su apc.it



Vediamo quindi quali sono i 5 pregiudizi più ricorrenti sulla depressione:

"È solo questione di buona volontà". Sarebbe come dire ad una persona infortunata con una gamba rotta: "su, alzati, fai una bella corsa". Purtroppo non funziona in questo modo. La depressione è una vera e propria malattia e come tale va considerata. La persona migliorerà, guarirà. Diamole il giusto tempo.


"La depressione è un problema di chi ha tempo da perdere". Come se la depressione fosse un "lusso", un "problema da ricchi". In realtà così non è. Molti studi dimostrano che la depressione è una problematica "democratica": può colpire senza distinzione di ceto sociale.


"Dalla depressione non se ne esce più". Ciò non è assolutamente vero, con una buona psicoterapia e, se necessario, una corretta terapia farmacologica è possibile tornare a stare bene.


"Capita a tutti di sentirsi un pò giù di morale ogni tanto, poi passa". C'è molta differenza tra un momento di tristezza e la depressione. Innanzitutto la durata. Chi è depresso passa molti giorni in cui l'umore è depresso per la maggior parte della giornata e perde il piacere verso le cose che prima lo interessavano e che faceva con passione. Inoltre spesso sente di aver perso qualcosa nella vita che per lui aveva un valore irrecuperabile (es. il lavoro, il partner ecc.) mentre nella tristezza questa sensazione di mancanza incolmabile non è presente. Si capisce quindi come tristezza e depressione siano due cose diverse.


"Esci un pò, divertiti!" Va da sè, avendo letto la parte precedente, che uscire e divertirsi sono un qualcosa che la persona non riesce a fare e, anche se lo facesse, probabilmente non riuscirebbe a sentirsi bene. Ha più senso quindi non dare consigli e suggerimenti alla persona depressa ma semplicemente suggerirle di consultare un esperto nel trattamento di questo tipo di problematica.


sabato 10 novembre 2018

La violenza psicologica: riconoscerla e saper chiedere aiuto

Si parla sempre più spesso di violenza di genere cioè quella forma di violenza che viene messa in atto all'interno della coppia dal compagno, marito,  fidanzato (o ex) verso la propria compagna.
La violenza fisica è la forma di violenza se vogliamo più eclatante e visibile ma esiste un altro tipo di violenza altrettanto pericoloso anche se talvolta meno evidente che è la violenza psicologica.

Cos'è violenza psicologica:

Umiliazioni dirette verso la partner (non sei capace, non capisci niente, sei una stupida)

Comportamenti manipolatori: se non fai questo io di conseguenza faccio/non faccio quest'altra cosa. Se esci con le tue amiche dirò ai bambini che non sei una brava mamma. Non sono io a sbagliare. Sei tu che non capisci.

Controllo costante ed ossessivo: dove sei? Con chi sei? Non voglio che tu esca con...
Chiamami, vengo a prenderti. Ti accompagno io. Voglio che passi tutto il tuo tempo libero insieme a me. Sei mia. Chi ti ha messaggiato? Le tue amiche non mi piacciono. Se sorridi ad un amico vuol dire che ci stai provando con lui.

Ovviamente la situazione è tanto più grave quanto più è ripetuta e frequente.

Come fare per tutelarsi, per difendersi da questo tipo di violenza?

La prima cosa da fare è prestare attenzione ad alcuni campanelli d'allarme che possono comparire fin dall'inizio della relazione o dopo un po' di tempo.

Vediamo di seguito quali sono:

Il partner è eccessivamente geloso e possessivo. Ti fa sentire come una regina ma pretende dedizione assoluta.

Parla male delle tue amiche e dei tuoi amici. Le tue amiche sono leggere e superficiali, delle "poco di buono", i tuoi amici hanno sempre un secondo fine.

Organizza cene, viaggi senza consultarti e non dà importanza al fatto che tu ti sia già organizzata diversamente. Se provi a obiettare si innervosisce o si arrabbia.

Questi comportamenti quanto più sono pervasivi, costanti e messi in atto in maniera irragionevole tanto più indicano una situazione che è meglio monitorare con attenzione.

Immagine su alfemminile.com

Cosa fare se invece si è immerse in una relazione che ha chiaramente le caratteristiche di una situazione violenta?

La prima cosa è credere alle proprie percezioni, sensazioni, emozioni non sentendosi sbagliate o "matte".

In secondo luogo è possibile parlare della situazione con una persona di cui ci fidiamo davvero, che possa condividere la difficoltà del momento e magari fornire anche un aiuto pratico.

Infine sono presenti degli sportelli che offrono aiuto.
Sul territorio di Brescia e della Vallecamonica troviamo:

Lo sportello antiviolenza di Darfo Boario Terme tel 0364 536632

Lo sportello di Capodiponte tel 338 3707282

La Casa delle Donne di Brescia tel 030 2400636







sabato 20 ottobre 2018

Esprimere una critica..con gentilezza

Quante volte sul posto di lavoro, in famiglia o con gli amici rinunciamo a manifestare il disaccordo? Oppure, al contrario, ci accorgiamo che, durante una discussione, stiamo offendendo il nostro interlocutore?
Entrambe queste situazioni, in base alla mia esperienza clinica, sono piuttosto frequenti e portano, nel primo caso, alla rinuncia ad esprimere le proprie idee e i propri sentimenti. Nel secondo caso ad allontanare chi ci sta di fronte e a non ottenere la soddisfazione di un nostro bisogno. 
Risulta quindi importante imparare a esprimere il proprio disaccordo con l'altro in una maniera assertiva, cioè non aggressiva ma nemmeno passiva. 
Ecco quindi alcune "buone prassi" che possono aiutare a comunicare al meglio con l'altro, quando vogliamo fargli capire che siamo stati ad esempio delusi o contrariati da un suo comportamento.

immagine su bimbonaturale,org



1) criticare il comportamento e non la persona. C'e molta differenza tra dire "sei un maleducato" e "quello che hai detto mi ha fatto sentire umiliato". Nel primo caso stiamo, magari involontariamente, attaccando l'altra persona; nel secondo caso stiamo parlando di noi, e, se lo facciamo usando il giusto tono e volume di voce, sarà difficile che l'altro si metta sulla difensiva o in una posizione di arroganza.

2) non lasciare passare troppo tempo. Non ha senso in una discussione dire frasi come "anche tu quella volta lo scorso anno .." quando magari il nostro interlocutore non si ricorda la questione alla quale ci stiamo riferendo. Se siamo arrabbiati meglio contare fino a 10 o lasciar passare la notte ma temporeggiare troppo non ci porterà a risolvere in maniera costruttiva una situazione.

3) trattare in privato anziché in pubblico. Criticare una persona in una situazione sociale equivale a metterla in forte difficoltà per il timore di "perdere la faccia" e, molto probabilmente, non otterremo un granché se non che l'altro probabilmente negherebbe ogni addebito e ogni responsabilità. Ha più senso cercare di chiarire una questione seria in privato, dove sarà più semplice comunicare.

4) mostrarsi disponibili all'ascolto. Anche se proprio non ci va ciò che l'altro ci sta dicendo, sforziamoci di non interromperlo e di ascoltarlo. Non c'è nulla di più indisponente di un interlocutore che interrompe frequentemente e che sembra anticipare ciò che l'altro dirà.

5) mostrarsi disponibili a trovare una soluzione ai problemi che il più possibile accontenti entrambi. Ricordiamoci che una critica costruttiva è quella dove non è prioritario vincere a tutti i costi ma ottimizzare i vantaggi per ambedue le parti. Questo ci garantirà un migliore rapporto con il nostro interlocutore che getterà buone basi per la risoluzione di ulteriori questioni in futuro

giovedì 6 settembre 2018

Se c'è qualcosa che temi..fallo più spesso che puoi!

Nel trattamento delle problematiche che riguardano l'ansia una delle tecniche che utilizzo con maggior successo prende il nome di "esposizione graduale". 

Cosa significa esporsi gradualmente ad un qualcosa che ci spaventa? 
Significa entrare in contatto con quell'esperienza molto gradualmente ma frequentemente, per piccoli passi, aspettando che l'ansia diminuisca progressivamente.


Immagine su Terzocentro.it

Faccio un esempio. Recentemente mi è capitato un caso di un signore che temeva fortemente di poter perdere il controllo e di gridare parole oscene durante una funzione religiosa. La cosa lo turbava molto perché quest'uomo è molto religioso e devoto. 
La paura di poter fare qualcosa di sconveniente lo aveva però spinto ad evitare la chiesa ormai da molto tempo, con suo grande dispiacere.
Potrebbe in apparenza sembrare una paura bizzarra ma in realtà questo è un timore non così infrequente.
Con lui abbiamo prima analizzato la probabilità oggettiva di accadimento di cio' che temeva.
Ci siamo cioè chiesti: da 0 a 100 quanto è possibile che accada l'evento temuto?
Questa riflessione serve per distinguere tra tutto ciò che teoricamente potrebbe accadere e ciò che ha una probabilità effettiva di succedere.
Un'altra domanda che ho posto a questa persona è stata: "A quante funzioni religiose ha preso parte nella sua vita?"
La risposta fu: "Moltissime. Sono andato svariate volte in pellegrinaggio anche all'estero". Ci siamo quindi interrogati su quante volte gli fosse capitato di assistere a fedeli che urlavano parole oscene durante una funzione. La conclusione fu che non si era mai verificato un fatto del genere.
Dopo circa una decina di incontri passati a ragionare su argomenti come questi, l'ansia del paziente si era ridotta in maniera sensibile.
Siamo quindi passati ad esercizi di esposizione vera e propria.
Gli ho chiesto quindi di prendere parte ai primi 5 minuti di una delle funzioni meno frequentate durante la giornata in un paese lontano dal suo (per ridurre l'ansia determinata dal fatto di poter essere riconosciuto nel caso si verificasse l'eventualità temuta).
Il paziente ha acconsentito e, con un po' di ansia, ha affrontato questo esercizio. 
Il secondo giorno siamo passati a 10 minuti e anche qui abbiamo avuto modo di verificare come cio' che temeva non si fosse verificato nemmeno in questa seconda occasione. 
Dai 10 minuti siamo passati ai 15 e così via fino a coprire l'intera durata della funzione.
Siamo poi passati alle funzioni più frequentate, anche qui con la stessa tecnica. Infine abbiamo applicato la stessa procedura nel paese di residenza del paziente.
Qual è stato il successo di questa terapia?
La ripetizione dell'esperienza.
È molto difficile che l'ansia si riduca mettendosi alla prova una volta ogni tanto. C'e' bisogno di ripetizione e di costanza. La psicoterapia è per certi versi paragonabile ad un allenamento sportivo. I risultati arrivano con costanza e autodisciplina.

mercoledì 25 luglio 2018

Un caso di encopresi

Luigi è un bambino di 4 anni (ogni riferimento che possa rendere identificabile la persona è stato tolto) che ha avuto uno sviluppo psicofisico nella norma. Anche il controllo sfinterico fino a qualche mese fa era normale. Poi, in seguito ad una vacanza con i cuginetti qualcosa è cambiato.

Luigi infatti rifiuta di scaricarsi e passano anche tre o quattro giorni senza che riesca a farlo. 
Alla fine ci riesce ma con molto dolore e anche molta paura di sentire quel dolore.

Inutile dire che in famiglia il momento dell'"andare in bagno" è ora vissuto con molta ansia, emozione che ovviamente "passa" al bambino e che non fa altro che complicare ulteriormente il quadro della situazione. 

I genitori di Luigi hanno un pò indagato e hanno scoperto che durante la vacanza al mare non era possibile chiudere a chiave la porta del bagno e questo aveva creato nel bambino la paura che qualcuno potesse accedere ai servizi mentre lui era all'interno. 

Questa paura aveva fatto si che la normale attività di evacuazione fosse cambiata perchè il bambino aveva evitato il più possibile di accedere al bagno per scaricarsi. 

Da lì si erano verificati i seguenti problemi:

1) ritenzione e accumulo di materiale fecale con dolore e conseguente paura di scaricarsi

2) perdita di parte del materiale fecale in situazioni inopportune (era capitato in più occasioni che si sporcasse gli indumenti) con conseguente ansia e vergogna da parte del bambino e dei suoi genitori

3) rifiuto di andare in bagno, sia alla scuola materna che a casa

4) limitazioni nella libertà dell'intero nucleo familiare, che non si sentiva più libero di uscire per qualche ora o per un week end fuori casa per paura che potessero verificarsi "incidenti" di cui sopra.


un caso di encopresi
immagine su nostrofiglio.it


Come ho impostato il lavoro con la famiglia di Luigi?

Innanzitutto ho scelto in questo caso di vedere in un primo momento esclusivamente i genitori di Luigi, questo per non accentuare la vergogna che il bambino già provava per la situazione che stava vivendo. 

Li ho rassicurati circa una possibile soluzione del problema. Infatti questa situazione aveva le caratteristiche per essere trattata in maniera positiva (non era presente da troppo tempo, i genitori sembravano molto collaborativi). Questo ha contribuito a renderli meno ansiosi e più tranquilli nell'approccio al problema del figlio.

Ho consigliato ai genitori di parlare con la pediatra per chiedere una consulenza in merito all'utilizzo di lassativi specifici per bambini. Questi prodotti hanno il vantaggio di rendere le feci morbide e di impedire la costipazione, cioè l'accumulo di materiale fecale nell'intestino. Inoltre ho suggerito di chiedere suggerimenti rispetto alla dieta più adeguata per favorire un adeguato transito intestinale.

Ho effettuato con loro delle sedute di psicoeducazione (trasmissione di informazioni corrette circa un fenomeno psicologico o fisico con risvolti di tipo psicologico). Durante queste sedute ho chiesto loro:

- di invitare Luigi ad andare in bagno dopo circa 15 minuti dalla fine di ogni pasto. Questo infatti è il momento più favorevole all'evacuazione.

- di premiare utilizzando la token economy ogni situazione di successo, cioè ogni volta che Luigi fosse riuscito a scaricarsi. In questo modo abbiamo cercato di modificare l'assetto emotivo del bambino facendolo passare da una condizione di ansia ad un atteggiamento di maggiore positività.


Con questi suggerimenti, e con il contributo della pediatra, nell'arco di due mesi  Luigi ha risolto i problemi di encopresi e le sottostanti emozioni negative. Tutta la famiglia inoltre ha recuperato tranquillità e libertà.

Cosa potete fare se il vostro bambino ha i problemi di Luigi?

1) Prima di tutto parlate col vostro pediatra di fiducia che potrà escludere eventualmente una problematica di tipo fisico-medico e potrà consigliarvi su cosa fare in prima battuta.

2) Non sgridate il bambino nel caso in cui si dovesse sporcare. Non dimenticate che è lui in primis a vergognarsi e a vivere negativamente ciò che sta capitando.

3) Rivolgetevi ad uno psicologo esperto di queste problematiche nel caso in cui sia accertata una componente psicologica nel mantenimento del problema o concomitante allo stesso.