lunedì 4 aprile 2016

Ansia da prestazione: 3 modi per combatterla

L'ansia da prestazione nella sessualità è un'emozione di allarme sperimentata prima di avere un rapporto sessuale vissuto come minaccioso.
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Le cause dell'ansia da prestazione: 
Anche se è difficile prestare sempre attenzione, ogni volta in cui proviamo un'emozione, ad essa si associano pensieri di un certo tipo. Nel caso dell'ansia da prestazione i pensieri associati potrebbero essere "devo assolutamente impegnarmi per eccitarmi e farcela", oppure "se non riesco ad avere un buon rapporto sessuale lui/lei potrebbe rifiutarmi o magari lasciarmi".
Ovviamente, pensieri di questo genere mettono in moto nel corpo delle reazioni di allarme che sono incompatibili con una risposta positiva dal punto di vista sessuale e conducono spesso a ciò che si vorrebbe evitare e cioè ad un momento intimo poco soddisfacente per sé e per il/la partner.
A sua volta, il/la partner potrebbe involontariamente interpretare la situazione a suo modo, alimentando un circolo vizioso che porta al perpetuarsi del problema.
Ad esempio il/la partner potrebbe pensare "non si eccita perché non gli/le piaccio o non faccio abbastanza e quindi prima o poi mi lascerà" "non si eccita perché non gli/le piaccio quindi non valgo niente" "non si eccita perché non sono in grado di dargli /le piacere e quindi devo fare di più" "non si eccita perché non mi vuole dare soddisfazione".
In concomitanza a questi pensieri potrebbero comparire emozioni negative anche nel/nella partner, come ansia di abbandono, depressione, ansia da prestazione o rabbia. Queste emozioni potrebbero tradursi in comportamenti di allontanamento o di disagio verso il/la partner.


Le conseguenze dell'ansia da prestazione:

Le conseguenze dell'ansia da prestazione possono essere varie e sfociare in:
problemi e difficoltà nell'eccitamento
problemi e difficoltà nel raggiungimento dell'orgasmo sessuale
dolore nel momento del rapporto sessuale

Rimedi all'ansia da prestazione:

Per combattere l'ansia da prestazione è necessario adottare alcuni accorgimenti:


# Aumentare la conoscenza di sé

- Prestare attenzione al proprio modo di pensare nelle situazioni in cui si sperimenta ansia da prestazione e mettere in discussione i pensieri disfunzionali descritti nel paragrafo precedente chiedendosi "che prove ho che ciò che penso è vero"? "come faccio ad essere sicuro/a che ciò che temo si realizzerò sicuramente"?
- Aumentare la conoscenza del proprio corpo e delle sensazioni che esso suscita dedicandosi prima ad un'osservazione del proprio corpo e in un secondo momento ad un esplorazione tattile delle sue varie parti.
L'attenzione va posta alle sensazioni, ai pensieri e alle emozioni che tale esplorazione suscita.



# Aumentare la conoscenza dell'altro.

- Parlare con il/la partner di ciò che preoccupa e ascoltare il suo punto di vista senza interromperlo/a.
- Parlare dell'argomento sessualità con il/la partner dedicandosi ad un ascolto attento e non giudicante del punto di vista dell'altro.



# Mettere in pratica la focalizzazione sensoriale.

- Questa attività consiste nello scambio reciproco di carezze con una finalità non erotica e va messa in atto praticando al partner e chiedendo poi al partner di praticare a se stessi (in due momenti separati) delle carezze che non sono preludio ad un atto sessuale.
Durante questo esercizio ognuno può dire all'altro quali carezze preferisce e in che modo gradisce riceverle e il partner che riceve le attenzioni dell'altro deve restare immobile, concentrandosi sulle sensazioni, emozioni, pensieri che emergono. 
Con questa pratica viene migliorata la conoscenza delle proprie sensazioni ed emozioni all'interno della relazione di coppia.
Se tutto ciò non bastasse può essere utile rivolgersi ad un terapeuta esperto nella risoluzione dell'ansia legata alla sfera sessuale.
Bibliografia: "Clinica delle disfunzioni sessuali" di Fenelli A. e Lorenzini R. Carocci Faber Ed. 2013

Immagine tratta da wellvitonline.it

lunedì 28 marzo 2016

Attacchi di panico, come curarli

Nel post parlerò di attacchi di panico e di come curarli, utilizzando in questo caso una tecnica che prende il nome di esposizione enterocettiva.

Chi soffre di attacchi di panico sa bene quali siano i suoi sintomi.

Non tutti sanno però che è possibile curarli con una modalità molto efficace, che prende il nome appunto di esposizione enterocettiva. 
Vediamo in cosa consiste questa tecnica.

Poichè gli attacchi di panico in genere spaventano molto chi li sperimenta, spesso dando la sensazione di essere sul punto di svenire, di impazzire, o addirittura di morire, un buon rimedio costituisce nel riprodurre artificialmente quegli stessi sintomi per notare come essi non portino a nulla di grave, se non ad un certo fastidio e sgradevolezza.

Ad esempio, una persona che è particolarmente spaventata dall'accelerazione del battito cardiaco durante un attacco di panico potrebbe essere meno spaventata dal sintomo se provasse autonomamente ad autoindurselo, ad esempio correndo per un certo tempo, potrebbe notare poi il sintomo che si presenta in seguito alla corsa e senza prendere alcun provvedimento successivamente verificare che il corpo ritorna al suo stato di quiete eventualmente annotando il tempo necessario perchè ciò avvenga.

Una persona che è invece particolarmente spaventata dal senso di vertigine che talvolta si accompagna agli attacchi di panico potrebbe girare su se stessa per un certo numero di volte, notare che non accade nulla in questa situazione se non una spiacevole sensazione di sbandamento, sedersi e aspettare semplicemente che il corpo ritorni nella condizione di equilibrio. 
E così via per tutti i sintomi presentati. 

come riprodurre i sintomi del panico
immagine tratta da Terzocentro.it

E' buona cosa, per curare gli attacchi di panico con l'esposizione enterocettiva provvedere a fare una scala di "pericolosità percepita" dei sintomi, cominciando ad autoindursi quello percepito come meno pericoloso, via via fino a quello percepito come più pericoloso.

L'esposizione enterocettiva è una valida tecnica nella cura degli attacchi di panico perchè contrasta quella che è una tendenza comune tra le persone che soffrono di questo disturbo e cioè l'evitamento di situazioni, luoghi e sensazioni fisiche che vengono ritenute in grado di far scaturire l'attacco di panico.  

Quindi in sintesi in caso di attacchi di panico, come curarli con l'esposizione enterocettiva?

1) Scrivere tutti i sintomi fisici sperimentati durante un attacco di panico.

2) Fare un elenco dei sintomi in ordine di pericolosità (o fastidio) percepita.

3) Provare a fare delle attività in grado di far scaturire un particolare sintomo fisico, iniziando da quello percepito come meno pericoloso.

4) Man mano fare la stessa cosa per tutti gli altri sintomi, arrivando fino a quello percepito come più pericoloso.

In alcuni casi, fare questo richiede il supporto di un professionista esperto di ansia e della cura degli attacchi di panico.  




domenica 28 febbraio 2016

Un caso di ansia anticipatoria: la storia di Alessia


In questo post vorrei parlare di un caso di ansia anticipatoria che ho risolto positivamente.
Vi parlerò di Alessia (ogni riferimento che possa rendere riconoscibile la persona è stato eliminato), una donna di 35 anni che lavora in banca, allo sportello.
Alessia aveva un problema di ansia, che si esprimeva con tremore alle mani e rossore in viso, i quali verificavano ogni volta che:
- doveva ritirare soldi o documenti che venivano portati dai clienti
- doveva porgere documenti ai clienti
- prendeva il caffè durante la pausa con i colleghi della filiale


come sconfiggere ansia anticipatoria


Oltre a presentare ansia in queste situazioni, viveva anche intensi momenti di ansia anticipatoria al mattino, prima di andare al lavoro, quando in macchina pensava: "E se dovessi tremare? Cosa penserebbero i clienti? Che sono matta!""Cosa penserebbero i colleghi se il tremore fosse così forte da rovesciare il caffè?" "Se rovesciassi il caffè addosso a qualcuno? Non me lo perdonerei mai".
In queste situazioni i sintomi avvertiti erano un forte dolore allo stomaco con senso di nausea e lieve giramento di testa.
Questa emozione e questi pensieri facevano si che Alessia scegliesse di evitare il più possibile la pausa caffè e ogni volta che si avvicinavano allo sportello persone che conosceva e di cui temeva maggiormente un giudizio negativo provasse una forte ansia, con conseguente aumento dei tremori e del rossore.
In questa situazione la prima cosa che ho fatto è stata chiedere alla persona di mettere alla prova i propri pensieri e in particolare di pensare a quanto fosse probabile che potesse rovesciare il caffè a causa dei tremori. Ragionando con Alessia, la risposta fu "abbastanza probabile ma non certo al 100%". 
Insieme abbiamo anche ragionato su tutti i motivi per cui una persona può tremare, in modo da provare a metterci nei panni dei colleghi o dei clienti e immaginare cosa avrebbero potuto pensare rispetto al motivo dei tremori. Abbiamo concluso che una persona può tremare perchè ha bevuto troppi caffè, perchè ha freddo o per stanchezza. Alla domanda: "Lei cosa penserebbe se vedesse un suo collega tremare?" la risposta di Alessia fu "Penserei che ha freddo o che ha la febbre!".
Detto questo, fu facile trovare delle spiegazioni alternative a quella da lei temuta (penseranno che sono matta!) che anche chi la osservava poteva darsi, rispetto alla sua causa del suo tremore.
Una volta raggiunta una maggiore obiettività nell'interpretazione delle situazioni temute, abbiamo messo in atto una gerarchia di situazioni (dalla meno temuta alla più temuta) in cui il tremore poteva comparire e ho chiesto ad Alessia di immaginare se stessa in ciascuna di queste situazioni. Questo metodo si chiama esposizione immaginativa e permette di ridurre l'ansia anticipatoria sperimentata. 
In seguito siamo passati all'esposizione in vivo. Questo metodo prevede che la persona si metta attivamente in gioco nelle situazioni prima solo immaginate, partendo dalla più semplice e arrivando alla più difficile.
Dopo aver messo alla prova i propri pensieri ed essersi esposta a livello immaginativo, con un pò di impegno ma con successo Alessia si mise alla prova nelle situazioni individuate, notando che ogni volta era un pò meno difficile farlo poiché si era già un pò abituata a sperimentare ansia in maniera graduale.
Ora non evitava più le situazioni che in precedenza temeva e aveva anche notato che i tremori si erano di molto ridotti. 
Parallelamente fu meno difficile affrontare i clienti allo sportello e anche il rossore diminuì di frequenza e di intensità.
Questo è accaduto probabilmente perchè quando una persona in difficoltà riesce a superare degli ostacoli in modo positivo, la sensazione di sicurezza e di successo personale si estendono anche ad altre situazioni simili.
La buona risoluzione di questa situazione fa pensare all'importanza di chiedere una consulenza specializzata in caso di disturbi d'ansia e di ansia anticipatoria.


Immagine tratta da medicitalia.it


domenica 14 febbraio 2016

Ansia anticipatoria: come combatterla?

L'ansia anticipatoria è quella spiacevole sensazione di allarme che compare prima che si verifichi un evento che in qualche modo temiamo. Molte persone vivono ansia anticipatoria prima di un evento che ritengono importante, sia esso positivo o negativo. Non tutti sanno però che questa spiacevole sensazione può essere efficacemente contrastata.


come combattere ansia anticipatoria



Quali sono gli eventi che tipicamente suscitano ansia anticipatoria?

Gli eventi che tipicamente suscitano questo tipo di reazione vengono di solito interpretati da chi li vive come temibili e in qualche modo minacciosi. Ad esempio, una persona prima di affrontare un colloquio di lavoro, se sperimenta molta ansia anticipatoria, probabilmente avrà pensieri del tipo: "E se mi viene fatta una domanda a cui non so rispondere?" "Andrà sicuramente male e non otterrò il posto", "Farò sicuramente una brutta figura e il selezionatore si farà un'idea negativa su di me". 
Questi pensieri sono spesso automatici e compaiono alla mente molto velocemente tant'è che è difficile accorgersi a volte della loro presenza all'interno della nostra mente.
Talvolta anche eventi positivi, ad esempio il matrimonio o la nascita di un figlio, possono causare ansia anticipatoria, per il carico di responsabilità e i cambiamenti che comportano, i quali vengono vissuti come troppo gravosi rispetto alle risorse che la persona percepisce di avere.

Come si può gestire l'ansia anticipatoria?

In questi casi è importante prestare attenzione ai propri pensieri, cercare di capire se sono esagerati, troppo catastrofici o poco utili al fine della gestione della situazione e metterli alla prova per vedere se reggono all'"esame di realtà". Infatti spesso i pensieri che si accompagnano alle situazioni emotive di ansia sono eccessivamente catastrofici, estremi, e non tengono in considerazione il ventaglio di tutte le ipotesi che possono succedere, concentrandosi esclusivamente sull'ipotesi peggiore, il cui accadimento viene considerato come molto probabile o certo. Se i pensieri hanno la caratteristica di essere automatici, conviene prestare una certa attenzione e meglio ancora annotarli su un foglio o su un block notes. 

In particolare, è possibile chiedersi:

- Che prove ho che ciò che temo si verificherà sicuramente?

- Qual è la situazione peggiore a cui vado incontro?

- Ci sono altre ipotesi che si possono verificare al di là dell'ipotesi peggiore?

-  Se anche l'ipotesi peggiore si verificasse, quali sono i comportamenti utili che potrei mettere in atto per gestire la situazione?

- Una persona che io stimo per la sua capacità di gestire efficacemente l'ansia, come si comporterebbe in questa situazione?

Un'altra via che si può utilizzare per affrontare situazioni di questo genere è ricorrere a tecniche di rilassamento come il Training Autogeno, che favorisce agisce su un piano psicofisico o a pratiche di meditazione come la Mindfulness, che consentono una presa di distanza positiva dai pensieri ansiogeni.

Naturalmente se tutto questo non bastasse per ridurre il livello di ansia anticipatoria sperimentato, è utile e consigliabile chiedere una consulenza psicologica ad uno psicoterapeuta esperto nel trattamento dei disturbi d'ansia.

immagine tratta da www.mindfulnessitalia.org

Bibliografia: Andrews G. Trattamento dei disturbi d'ansia. Guide per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo. Centro Scientifico Editore. 2004.



lunedì 28 dicembre 2015

Depressione? "Ruminare" non serve!

 
 
 
Nel post di oggi vorrei parlare del modo in cui le persone reagiscono ad uno stato di depressione.
Infatti, la modalità con cui si affronta tale situazione è spesso responsabile della durata della depressione stessa: ci sono persone che rimangono depresse per alcuni giorni, altre per mesi, altre per anni.
Cosa fa la differenza?
Numerosi studi scientifici nel campo della psicologia hanno dimostrato che esistono fondamentalmente due modi di reagire all'umore depresso.
Il primo modo è definito "ruminazione". Esso consiste nel pensare costantemente ai propri sintomi, alle loro implicazioni, a ciò che li ha causati.
Il secondo modo consiste nel cercare delle attività distraenti, che interrompano la ruminazione.
Qual è secondo voi il metodo MENO efficace nel migliorare la sintomatologia depressiva?
Il primo tra i due metodi ha dimostrato di essere inutile, se non dannoso, per affrontare uno stato depressivo.
 
Infatti pensare ossessivamente alle proprie problematiche causa:
 
- una diminuzione dell'attenzione rivolta a possibili attività piacevoli
 
- dimenticanze di impegni sociali e professionali
 
- difficoltà nel prendersi cura adeguatamente della propria persona
 
Tutto ciò causa un fallimento della persona in aree significative e questo provoca un nuovo e maggiore peggioramento del tono dell'umore. Siamo così in presenza di un circolo vizioso che non aiuta sicuramente la persona depressa.
In poche parole, ruminare impedisce di attivare le risorse di problem solving, che invece permetterebbero una migliore risoluzione della situazione.
 
Gli studi dimostrano che le donne tendono ad adottare in misura maggiore rispetto agli uomini la modalità ruminativa, contribuendo ad alimentare gli stati depressivi. Gli uomini sarebbero invece in grado di utilizzare in misura maggiore attività distraenti. Ricordiamo comunque che alcune modalità distraenti sono anche dannose, come ad esempio l'uso di sostanze stupefacenti o alcoliche, il gioco d'azzardo, la guida spericolata.
 
Tutti questi studi dimostrano quindi l'importanza di pianificare delle attività distraenti durante gli episodi depressivi, che impediscano di rimanere concentrati sulle proprie problematiche.
 
 
Bibliografia: "Gli approcci cognitivi alla depressione". A cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini. Ed. Franco Angeli. Ristampa 2015.
 
Immagine tratta da www.studiopsicologiarizzi.it

sabato 31 ottobre 2015

Dalla parte dei figli



Proprio oggi su un settimanale ho letto un'intervista al papà di Valentino Rossi.
Premetto che non ho guardato la gara che ha visto in azione i due motociclisti, Valentino e Marquez, nè lo spezzone che mostra la caduta di quest'ultimo. Però commenti e articoli su stampa a social network riportano chiaramente come Valentino abbia reagito malamente a provocazioni ripetute da parte dell'avversario.
Ora, quello che mi ha colpito è ciò che afferma il papà di Valentino. 
La prima riga della sua intervista chiosa "Da padre, ovviamente, sono tutto dalla parte di Valentino". Mi ha colpito il fatto che un genitore, ovviamente, cioè sempre e comunque debba essere dalla parte del figlio, anche quando questi sbaglia. E passa, nell'intervista, a spiegare come la gara fosse mal organizzata, come il figlio avesse fatto di tutto per prevenire l'incidente e come, infine, "per sbaglio" fosse venuto in contatto con l'avversario e questo fosse caduto. 
Tutto ciò fa sembrare come se il genitore non possa dissentire dal punto di vista e dalle azioni del figlio, come se non abbia un suo senso critico. In poche parole è la rinuncia ad esercitare un ruolo, che dal mio punto di vista è distintivo e qualificante in senso positivo di un genitore, soprattutto di un padre: la coscienza morale. 

Valentino Rossi e Marc Marquez - GPOne.com

In molti casi si assiste a genitori che difendono i figli oltre ad ogni ragionevolezza. Figli che commettono reati, che sono prevaricanti sugli altri. Ma la "colpa" è delle circostanze, o, per l'appunto, dell'altro stesso. Forse invece in alcuni casi bisognerebbe riuscire a dire: "Capisco tu sia stato provocato ingiustamente e mi dispiace. Ma non dovevi reagire così ed ora è giusto che paghi le conseguenze del tuo gesto. Io ti starò vicino ma non condivido ciò che hai fatto". Non sarebbe forse questo un comportamento migliore?

sabato 3 ottobre 2015

Aiuto, sono iperattivo!






Capita a volte di imbattersi in genitori, nonni, insegnanti, che sono alle prese con bambini che sono sempre in movimento, che non riescono a rispettare le regole e che tendono facilmente a distrarsi durante l'esecuzione di un compito.
Questo naturalmente, non rappresenta necessariamente un problema, soprattutto se la situazione non ha influenze negative sulla vita del bambino e di chi lo circonda.
Ma come fare quando un genitore non riesce più a gestire la situazione?
Il primo passo è parlarne con il proprio pediatra e con gli insegnanti del bambino.
Loro sapranno fornire una prima opinione rispetto a quanto sta accadendo e potrebbero indirizzare la famiglia presso un esperto, psicologo, psicoterapeuta o neuropsichiatra infantile, che, potrebbe (non in tutti i casi ovviamente) confermare che il bambino è effettivamente iperattivo, che ha un problema che prende il nome di ADHD (Sindrome da Deficit di Attenzione/Iperattività).
Cosa può fare un genitore a cui è stato comunicata questa diagnosi per il proprio figlio?

1) Innanzitutto non scoraggiarsi. L'ADHD si può imparare a gestire, per tenere la situazione sotto controllo.

2) Prevedere un sistema coerente di rinforzi, attraverso l'utilizzo di una tabella sulla quale, ogni volta che il bambino rispetta una regola stabilita in precedenza, viene attaccato uno sticker. Dopo un certo numero di stickers al bambino viene dato un premio.

3) Lasciar sfogare il bambino fisicamente in una situazione in cui non può nuocere nè a se stesso nè agli altri.

4) Mentre il bambino fa i compiti o esegue un lavoro impegnativo, è importante liberare il più possibile sia la stanza sia il tavolo di lavoro per evitare possibili interferenze e fonti di distrazione.

5) Se il bambino fatica ad eseguire un compito di una certa lunghezza è opportuno dividerlo in parti più piccole, prevedendo delle pause allorquando ci si accorge che il bambino si sta distraendo considerevolmente.

Con questi suggerimenti di carattere generale, la famiglia del bambino con ADHD e il bambino stesso potranno essere aiutati a migliorare la situazione e a tenere sotto controllo alcuni dei problemi tipici di questa problematica.

immagine tratta da http://lakeorioncc.com/