domenica 28 febbraio 2016

Un caso di ansia anticipatoria: la storia di Alessia


In questo post vorrei parlare di un caso di ansia anticipatoria che ho risolto positivamente.
Vi parlerò di Alessia (ogni riferimento che possa rendere riconoscibile la persona è stato eliminato), una donna di 35 anni che lavora in banca, allo sportello.
Alessia aveva un problema di ansia, che si esprimeva con tremore alle mani e rossore in viso, i quali verificavano ogni volta che:
- doveva ritirare soldi o documenti che venivano portati dai clienti
- doveva porgere documenti ai clienti
- prendeva il caffè durante la pausa con i colleghi della filiale


come sconfiggere ansia anticipatoria


Oltre a presentare ansia in queste situazioni, viveva anche intensi momenti di ansia anticipatoria al mattino, prima di andare al lavoro, quando in macchina pensava: "E se dovessi tremare? Cosa penserebbero i clienti? Che sono matta!""Cosa penserebbero i colleghi se il tremore fosse così forte da rovesciare il caffè?" "Se rovesciassi il caffè addosso a qualcuno? Non me lo perdonerei mai".
In queste situazioni i sintomi avvertiti erano un forte dolore allo stomaco con senso di nausea e lieve giramento di testa.
Questa emozione e questi pensieri facevano si che Alessia scegliesse di evitare il più possibile la pausa caffè e ogni volta che si avvicinavano allo sportello persone che conosceva e di cui temeva maggiormente un giudizio negativo provasse una forte ansia, con conseguente aumento dei tremori e del rossore.
In questa situazione la prima cosa che ho fatto è stata chiedere alla persona di mettere alla prova i propri pensieri e in particolare di pensare a quanto fosse probabile che potesse rovesciare il caffè a causa dei tremori. Ragionando con Alessia, la risposta fu "abbastanza probabile ma non certo al 100%". 
Insieme abbiamo anche ragionato su tutti i motivi per cui una persona può tremare, in modo da provare a metterci nei panni dei colleghi o dei clienti e immaginare cosa avrebbero potuto pensare rispetto al motivo dei tremori. Abbiamo concluso che una persona può tremare perchè ha bevuto troppi caffè, perchè ha freddo o per stanchezza. Alla domanda: "Lei cosa penserebbe se vedesse un suo collega tremare?" la risposta di Alessia fu "Penserei che ha freddo o che ha la febbre!".
Detto questo, fu facile trovare delle spiegazioni alternative a quella da lei temuta (penseranno che sono matta!) che anche chi la osservava poteva darsi, rispetto alla sua causa del suo tremore.
Una volta raggiunta una maggiore obiettività nell'interpretazione delle situazioni temute, abbiamo messo in atto una gerarchia di situazioni (dalla meno temuta alla più temuta) in cui il tremore poteva comparire e ho chiesto ad Alessia di immaginare se stessa in ciascuna di queste situazioni. Questo metodo si chiama esposizione immaginativa e permette di ridurre l'ansia anticipatoria sperimentata. 
In seguito siamo passati all'esposizione in vivo. Questo metodo prevede che la persona si metta attivamente in gioco nelle situazioni prima solo immaginate, partendo dalla più semplice e arrivando alla più difficile.
Dopo aver messo alla prova i propri pensieri ed essersi esposta a livello immaginativo, con un pò di impegno ma con successo Alessia si mise alla prova nelle situazioni individuate, notando che ogni volta era un pò meno difficile farlo poiché si era già un pò abituata a sperimentare ansia in maniera graduale.
Ora non evitava più le situazioni che in precedenza temeva e aveva anche notato che i tremori si erano di molto ridotti. 
Parallelamente fu meno difficile affrontare i clienti allo sportello e anche il rossore diminuì di frequenza e di intensità.
Questo è accaduto probabilmente perchè quando una persona in difficoltà riesce a superare degli ostacoli in modo positivo, la sensazione di sicurezza e di successo personale si estendono anche ad altre situazioni simili.
La buona risoluzione di questa situazione fa pensare all'importanza di chiedere una consulenza specializzata in caso di disturbi d'ansia e di ansia anticipatoria.


Immagine tratta da medicitalia.it


domenica 14 febbraio 2016

Ansia anticipatoria: come combatterla?

L'ansia anticipatoria è quella spiacevole sensazione di allarme che compare prima che si verifichi un evento che in qualche modo temiamo. Molte persone vivono ansia anticipatoria prima di un evento che ritengono importante, sia esso positivo o negativo. Non tutti sanno però che questa spiacevole sensazione può essere efficacemente contrastata.


come combattere ansia anticipatoria



Quali sono gli eventi che tipicamente suscitano ansia anticipatoria?

Gli eventi che tipicamente suscitano questo tipo di reazione vengono di solito interpretati da chi li vive come temibili e in qualche modo minacciosi. Ad esempio, una persona prima di affrontare un colloquio di lavoro, se sperimenta molta ansia anticipatoria, probabilmente avrà pensieri del tipo: "E se mi viene fatta una domanda a cui non so rispondere?" "Andrà sicuramente male e non otterrò il posto", "Farò sicuramente una brutta figura e il selezionatore si farà un'idea negativa su di me". 
Questi pensieri sono spesso automatici e compaiono alla mente molto velocemente tant'è che è difficile accorgersi a volte della loro presenza all'interno della nostra mente.
Talvolta anche eventi positivi, ad esempio il matrimonio o la nascita di un figlio, possono causare ansia anticipatoria, per il carico di responsabilità e i cambiamenti che comportano, i quali vengono vissuti come troppo gravosi rispetto alle risorse che la persona percepisce di avere.

Come si può gestire l'ansia anticipatoria?

In questi casi è importante prestare attenzione ai propri pensieri, cercare di capire se sono esagerati, troppo catastrofici o poco utili al fine della gestione della situazione e metterli alla prova per vedere se reggono all'"esame di realtà". Infatti spesso i pensieri che si accompagnano alle situazioni emotive di ansia sono eccessivamente catastrofici, estremi, e non tengono in considerazione il ventaglio di tutte le ipotesi che possono succedere, concentrandosi esclusivamente sull'ipotesi peggiore, il cui accadimento viene considerato come molto probabile o certo. Se i pensieri hanno la caratteristica di essere automatici, conviene prestare una certa attenzione e meglio ancora annotarli su un foglio o su un block notes. 

In particolare, è possibile chiedersi:

- Che prove ho che ciò che temo si verificherà sicuramente?

- Qual è la situazione peggiore a cui vado incontro?

- Ci sono altre ipotesi che si possono verificare al di là dell'ipotesi peggiore?

-  Se anche l'ipotesi peggiore si verificasse, quali sono i comportamenti utili che potrei mettere in atto per gestire la situazione?

- Una persona che io stimo per la sua capacità di gestire efficacemente l'ansia, come si comporterebbe in questa situazione?

Un'altra via che si può utilizzare per affrontare situazioni di questo genere è ricorrere a tecniche di rilassamento come il Training Autogeno, che favorisce agisce su un piano psicofisico o a pratiche di meditazione come la Mindfulness, che consentono una presa di distanza positiva dai pensieri ansiogeni.

Naturalmente se tutto questo non bastasse per ridurre il livello di ansia anticipatoria sperimentato, è utile e consigliabile chiedere una consulenza psicologica ad uno psicoterapeuta esperto nel trattamento dei disturbi d'ansia.

immagine tratta da www.mindfulnessitalia.org

Bibliografia: Andrews G. Trattamento dei disturbi d'ansia. Guide per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo. Centro Scientifico Editore. 2004.



lunedì 28 dicembre 2015

Depressione? "Ruminare" non serve!

 
 
 
Nel post di oggi vorrei parlare del modo in cui le persone reagiscono ad uno stato di depressione.
Infatti, la modalità con cui si affronta tale situazione è spesso responsabile della durata della depressione stessa: ci sono persone che rimangono depresse per alcuni giorni, altre per mesi, altre per anni.
Cosa fa la differenza?
Numerosi studi scientifici nel campo della psicologia hanno dimostrato che esistono fondamentalmente due modi di reagire all'umore depresso.
Il primo modo è definito "ruminazione". Esso consiste nel pensare costantemente ai propri sintomi, alle loro implicazioni, a ciò che li ha causati.
Il secondo modo consiste nel cercare delle attività distraenti, che interrompano la ruminazione.
Qual è secondo voi il metodo MENO efficace nel migliorare la sintomatologia depressiva?
Il primo tra i due metodi ha dimostrato di essere inutile, se non dannoso, per affrontare uno stato depressivo.
 
Infatti pensare ossessivamente alle proprie problematiche causa:
 
- una diminuzione dell'attenzione rivolta a possibili attività piacevoli
 
- dimenticanze di impegni sociali e professionali
 
- difficoltà nel prendersi cura adeguatamente della propria persona
 
Tutto ciò causa un fallimento della persona in aree significative e questo provoca un nuovo e maggiore peggioramento del tono dell'umore. Siamo così in presenza di un circolo vizioso che non aiuta sicuramente la persona depressa.
In poche parole, ruminare impedisce di attivare le risorse di problem solving, che invece permetterebbero una migliore risoluzione della situazione.
 
Gli studi dimostrano che le donne tendono ad adottare in misura maggiore rispetto agli uomini la modalità ruminativa, contribuendo ad alimentare gli stati depressivi. Gli uomini sarebbero invece in grado di utilizzare in misura maggiore attività distraenti. Ricordiamo comunque che alcune modalità distraenti sono anche dannose, come ad esempio l'uso di sostanze stupefacenti o alcoliche, il gioco d'azzardo, la guida spericolata.
 
Tutti questi studi dimostrano quindi l'importanza di pianificare delle attività distraenti durante gli episodi depressivi, che impediscano di rimanere concentrati sulle proprie problematiche.
 
 
Bibliografia: "Gli approcci cognitivi alla depressione". A cura di Antonella Rainone e Francesco Mancini. Ed. Franco Angeli. Ristampa 2015.
 
Immagine tratta da www.studiopsicologiarizzi.it

sabato 31 ottobre 2015

Dalla parte dei figli



Proprio oggi su un settimanale ho letto un'intervista al papà di Valentino Rossi.
Premetto che non ho guardato la gara che ha visto in azione i due motociclisti, Valentino e Marquez, nè lo spezzone che mostra la caduta di quest'ultimo. Però commenti e articoli su stampa a social network riportano chiaramente come Valentino abbia reagito malamente a provocazioni ripetute da parte dell'avversario.
Ora, quello che mi ha colpito è ciò che afferma il papà di Valentino. 
La prima riga della sua intervista chiosa "Da padre, ovviamente, sono tutto dalla parte di Valentino". Mi ha colpito il fatto che un genitore, ovviamente, cioè sempre e comunque debba essere dalla parte del figlio, anche quando questi sbaglia. E passa, nell'intervista, a spiegare come la gara fosse mal organizzata, come il figlio avesse fatto di tutto per prevenire l'incidente e come, infine, "per sbaglio" fosse venuto in contatto con l'avversario e questo fosse caduto. 
Tutto ciò fa sembrare come se il genitore non possa dissentire dal punto di vista e dalle azioni del figlio, come se non abbia un suo senso critico. In poche parole è la rinuncia ad esercitare un ruolo, che dal mio punto di vista è distintivo e qualificante in senso positivo di un genitore, soprattutto di un padre: la coscienza morale. 

Valentino Rossi e Marc Marquez - GPOne.com

In molti casi si assiste a genitori che difendono i figli oltre ad ogni ragionevolezza. Figli che commettono reati, che sono prevaricanti sugli altri. Ma la "colpa" è delle circostanze, o, per l'appunto, dell'altro stesso. Forse invece in alcuni casi bisognerebbe riuscire a dire: "Capisco tu sia stato provocato ingiustamente e mi dispiace. Ma non dovevi reagire così ed ora è giusto che paghi le conseguenze del tuo gesto. Io ti starò vicino ma non condivido ciò che hai fatto". Non sarebbe forse questo un comportamento migliore?

sabato 3 ottobre 2015

Aiuto, sono iperattivo!






Capita a volte di imbattersi in genitori, nonni, insegnanti, che sono alle prese con bambini che sono sempre in movimento, che non riescono a rispettare le regole e che tendono facilmente a distrarsi durante l'esecuzione di un compito.
Questo naturalmente, non rappresenta necessariamente un problema, soprattutto se la situazione non ha influenze negative sulla vita del bambino e di chi lo circonda.
Ma come fare quando un genitore non riesce più a gestire la situazione?
Il primo passo è parlarne con il proprio pediatra e con gli insegnanti del bambino.
Loro sapranno fornire una prima opinione rispetto a quanto sta accadendo e potrebbero indirizzare la famiglia presso un esperto, psicologo, psicoterapeuta o neuropsichiatra infantile, che, potrebbe (non in tutti i casi ovviamente) confermare che il bambino è effettivamente iperattivo, che ha un problema che prende il nome di ADHD (Sindrome da Deficit di Attenzione/Iperattività).
Cosa può fare un genitore a cui è stato comunicata questa diagnosi per il proprio figlio?

1) Innanzitutto non scoraggiarsi. L'ADHD si può imparare a gestire, per tenere la situazione sotto controllo.

2) Prevedere un sistema coerente di rinforzi, attraverso l'utilizzo di una tabella sulla quale, ogni volta che il bambino rispetta una regola stabilita in precedenza, viene attaccato uno sticker. Dopo un certo numero di stickers al bambino viene dato un premio.

3) Lasciar sfogare il bambino fisicamente in una situazione in cui non può nuocere nè a se stesso nè agli altri.

4) Mentre il bambino fa i compiti o esegue un lavoro impegnativo, è importante liberare il più possibile sia la stanza sia il tavolo di lavoro per evitare possibili interferenze e fonti di distrazione.

5) Se il bambino fatica ad eseguire un compito di una certa lunghezza è opportuno dividerlo in parti più piccole, prevedendo delle pause allorquando ci si accorge che il bambino si sta distraendo considerevolmente.

Con questi suggerimenti di carattere generale, la famiglia del bambino con ADHD e il bambino stesso potranno essere aiutati a migliorare la situazione e a tenere sotto controllo alcuni dei problemi tipici di questa problematica.

immagine tratta da http://lakeorioncc.com/

mercoledì 2 settembre 2015

Le discussioni che fanno bene

Si potrebbe essere portati normalmente a pensare che litigare e discutere non fa bene ai rapporti umani. 
In effetti, se immaginiamo una relazione tra due o più persone costantemente caratterizzata da discussioni e polemiche, non possiamo che pensare che essa non sia positiva, non conduca al benessere di nessuna tra le parti coinvolte.
Ma c'è un tipo di conflitto, di discussione, che invece può essere persino positivo.
Si tratta di una particolare forma di comunicazione che può portare ad una maggiore conoscenza reciproca fra le parti coinvolte e che può anche far emergere nuovi modi, magari particolarmente efficaci, di gestire e risolvere problemi.
Ma come è possibile discutere in modo costruttivo?
Vediamo qui di seguito alcune "buone prassi":






1) Non lasciar passare troppo tempo: se è accaduto un fatto spiacevole oggi, di cui vogliamo discutere con qualcuno (partner, figli, colleghi di lavoro), è meglio non aspettare il mese prossimo per tornare sull'argomento, altrimenti potremmo trovarci nella spiacevole situazione in cui il nostro interlocutore non ricorda nemmeno di cosa si sta parlando!

2) Chiarire dirttamente con l'interessato e non con un intermediario: se ho un problema con un amico, è inutile e forse dannoso chiedere ad un altro amico di intervenire nella situazione. Non sappiamo infatti come le nostre parole potrebbero venire interpretate, e magari riportate, da una terza persona. Inoltre potrmmo passare al nostro ipotetico interlocutore la sgradevole sensazione che siamo così deboli da non riuscire ad affrontare in prima persona una discussione.

3) Trattare in privato e non in pubblico: è molto meglio chiarire questioni spinose privatamente e non alla presenza di altre persone. In un confronto a tu per tu, di solito, l'interlocutore si sente più a proprio agio e potrebbe essere più disponibile a collaborare con noi.

4) Affrontare un argomento alla volta: se dobbiamo sviscerare più aspetti di una questione, è meglio aspettare che, nel confronto, vengano mano a mano chiariti, prima di introdurne di nuovi. Esplicitare e risolvere i problemi un pò alla volta evita di sovraccaricare di tensione la comunicazione, e mette l'interlocutore maggiormente a proprio agio. Inoltre, notare come man mano le questioni si possono risolvere, rende più soddisfatti, di solito, entrambi gli attori del processo comunicativo.

5) Essere disponibili a trovare delle soluzioni accettabili anche per il nostro interlocutore: mediare, conciliare, trovare degli accordi dovrebbero essere delle intenzioni da portare ogni qualvolta ci si appresta a discutere di argomenti delicati ed importanti. Questo perchè spesso non è importante vincere, ma trovare delle soluzioni che permettano di migliorare lo status quo bensì di salvaguardare i rapporti in corso tra gli interlocutori.


Fonte immagine: internet

mercoledì 5 agosto 2015

Dialogo di un pomeriggio di mezza estate


Per una volta utilizzo il blog...per un contenuto personale!

B: mamma, tu quando hai conosciuto il papá?
M: eh, tanti anni fa, circa 15!
B: e lo hai scelto?
M: eh, si. Poi è diventato mio marito.
B: e poi il mio papá.
B: sei stata brava a scegliere un uomo che non è cattivo.
M: hai ragione!
B: e poi è anche un papá bello!
M: questa dovremo dirla al papá perchè sará proprio contento!