Dott.sa Sandra Magnolini, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale. Piancogno (BS) e Provaglio d'Iseo (BS). Cell. 348 1489841
sabato 8 marzo 2014
venerdì 21 febbraio 2014
Mi
sono accorta da poco che il modulo per contattarmi tramite il blog non
funziona e ora l'ho rimosso dal blog. Chiedo a chi mi avesse contattato quindi tramite questa modalità e non
avesse ricevuto risposta, di scrivere una mail a
sandramagnolini@libero.it o di chiamare al mio numero di cellulare.
Grazie.
lunedì 3 febbraio 2014
Timidezza, che fare?
L'incontro sulla timidezza è stato sicuramente utile e produttivo.
Vorrei postare sul blog alcune tra le considerazioni che mi sono sembrate importanti, emerse dall'incontro:
- Come genitori è importante non avere fretta di "affibiare" al proprio figlio l'etichetta di "bambino timido".
Se un bambino si percepisce come "timido" sará meno spronato ad interagire con gli altri poichè penserá "sono timido, non c'è nulla da fare". E se è un genitore a definire il bambino "timido", egli ci crederá, poichė sa che il genitore ha ragione rispetto alle proprie affermazioni. Se un insegnante verrá a conoscenza dal genitore che suo figlio è timido potrá, chiaramente non intenzionalmente, mettere in atto delle modalitá di relazione con lui che potranno andare a rinforzare proprio i comportamenti di timidezza.
- È importante non avere aspettative irrealistiche.
Non é logico pensare che un bambino prudente e un pò diffidente, in una situazione sociale nuova oppure un pò caotica possa essere estroverso e sicuro di sè. Del resto anche un bambino estroverso in una situazione non nota può rivelarsi particolarmente timoroso ed insicuro.
- È opportuno non far fare al bambino il passo più lungo della gamba.
Se nostro figlio ha dei comportamenti di timidezza non possiamo pensare che ad una festa di compleanno di un amichetto possa buttarsi nel gruppo più o meno grande dei bimbi invitati e giocare con naturalezza e spontaneitá.
Piuttosto ha maggiore utilitá, al fine di migliorare i comportamenti di timidezza, invitare un bambino alla volta presso la propria abitazione, al fine di consentire al proprio figlio di sperimentarsi socialmente con maggiore tranquillitá.
Vorrei postare sul blog alcune tra le considerazioni che mi sono sembrate importanti, emerse dall'incontro:
- Come genitori è importante non avere fretta di "affibiare" al proprio figlio l'etichetta di "bambino timido".
Se un bambino si percepisce come "timido" sará meno spronato ad interagire con gli altri poichè penserá "sono timido, non c'è nulla da fare". E se è un genitore a definire il bambino "timido", egli ci crederá, poichė sa che il genitore ha ragione rispetto alle proprie affermazioni. Se un insegnante verrá a conoscenza dal genitore che suo figlio è timido potrá, chiaramente non intenzionalmente, mettere in atto delle modalitá di relazione con lui che potranno andare a rinforzare proprio i comportamenti di timidezza.
- È importante non avere aspettative irrealistiche.
Non é logico pensare che un bambino prudente e un pò diffidente, in una situazione sociale nuova oppure un pò caotica possa essere estroverso e sicuro di sè. Del resto anche un bambino estroverso in una situazione non nota può rivelarsi particolarmente timoroso ed insicuro.
- È opportuno non far fare al bambino il passo più lungo della gamba.
Se nostro figlio ha dei comportamenti di timidezza non possiamo pensare che ad una festa di compleanno di un amichetto possa buttarsi nel gruppo più o meno grande dei bimbi invitati e giocare con naturalezza e spontaneitá.
Piuttosto ha maggiore utilitá, al fine di migliorare i comportamenti di timidezza, invitare un bambino alla volta presso la propria abitazione, al fine di consentire al proprio figlio di sperimentarsi socialmente con maggiore tranquillitá.
martedì 7 gennaio 2014
La timidezza fa ancora soffrire?
Negli ultimi tempi ho ricevuto numerose richieste da parte di genitori che mi chiedono come sia possibile aiutare un figlio timido ad essere meno "bloccato" nei rapporti interpersonali. Per questo motivo, quindi ho deciso di predisporre un incontro ad hoc, il 24 gennaio, che possa orientare genitori, insegnanti, e chiunque sia interessato al tema, a mettere in atto delle "buone pratiche" per evitare che la timidezza nell'etá evolutiva diventi un problema.
La timidezza è una forma di ansia sociale, è cioè un senso di disagio che viene sperimentato in maniera più o meno intensa, in situazioni in cui ci si trova a contatto con altre persone.
In particolare, la tipologia di persone che scatenano più ansia sociale, quindi più timidezza sono (in ordine di potenziale per innescare una reazione di timidezza):
1) estranei
2) autoritá, in virtù delle loro conoscenze
3) persone dell'altro sesso
4) Autoritá (in virtù del ruolo che rivestono)
5) parenti e stranieri
6) persone anziane (per i giovani)
7) amici
8) bambini (per le persone adulte)
9) genitori
10) fratelli e sorelle ( meno di tutti gli altri)
Le persone timide, in queste situazioni, hanno un forte timore di essere giudicate negativamente e, per questa ragione preferiscono restare nell'ombra e non partecipare, ad esempio, a conversazioni o discussioni, in modo da evitare ogni possibile rischio di valutazione negativa da parte degli altri.
Ciò è veramente un peccato poichè la timidezza:
-rende difficile incontrare persone nuove e gustare esperienze potenzialmente positive
- impedisce alle persone di difendere efficacemente i propri diritti e di esprimere le proprie opinioni e i propri valori
- favorisce un'eccessiva consapevolezza di sè e un'eccessiva preoccupazione per le proprie reazioni impedendo a se stessi di riuscire a sperimentare interesse per gli altri.
Queste e altre le conseguenze della timidezza.
Ma come fare per impedire che in un bambino o in un ragazzo si strutturi definitivamente un atteggiamento di timidezza che sia nel momento presente che in un futuro può essere causa di sofferenza? Cosa può fare un genitore per evitare tutto questo?
Nell'incontro del 24 gennaio verrá data risposta a queste domande.

La timidezza è una forma di ansia sociale, è cioè un senso di disagio che viene sperimentato in maniera più o meno intensa, in situazioni in cui ci si trova a contatto con altre persone.
In particolare, la tipologia di persone che scatenano più ansia sociale, quindi più timidezza sono (in ordine di potenziale per innescare una reazione di timidezza):
1) estranei
2) autoritá, in virtù delle loro conoscenze
3) persone dell'altro sesso
4) Autoritá (in virtù del ruolo che rivestono)
5) parenti e stranieri
6) persone anziane (per i giovani)
7) amici
8) bambini (per le persone adulte)
9) genitori
10) fratelli e sorelle ( meno di tutti gli altri)
Le persone timide, in queste situazioni, hanno un forte timore di essere giudicate negativamente e, per questa ragione preferiscono restare nell'ombra e non partecipare, ad esempio, a conversazioni o discussioni, in modo da evitare ogni possibile rischio di valutazione negativa da parte degli altri.
Ciò è veramente un peccato poichè la timidezza:
-rende difficile incontrare persone nuove e gustare esperienze potenzialmente positive
- impedisce alle persone di difendere efficacemente i propri diritti e di esprimere le proprie opinioni e i propri valori
- favorisce un'eccessiva consapevolezza di sè e un'eccessiva preoccupazione per le proprie reazioni impedendo a se stessi di riuscire a sperimentare interesse per gli altri.
Queste e altre le conseguenze della timidezza.
Ma come fare per impedire che in un bambino o in un ragazzo si strutturi definitivamente un atteggiamento di timidezza che sia nel momento presente che in un futuro può essere causa di sofferenza? Cosa può fare un genitore per evitare tutto questo?
Nell'incontro del 24 gennaio verrá data risposta a queste domande.

domenica 5 gennaio 2014
domenica 29 dicembre 2013
Come comunicare al meglio nella coppia?
Questo post riguarda, prendendo spunto dalla storia della coppia di cui ho scritto in precedenza, delle buone prassi per comunicare nella coppia, soprattutto nelle situazioni "difficili".
Tra l'altro, le feste natalizie sono putroppo l'occasione in cui i conflitti nella coppia, complice una diversa routine quotidiana, la presenza di amici e parenti, i bambini che da una parte beneficiano della maggiore libertà ma dall'altra possono fare più capricci e innervosire i genitori, invece di diminuire, aumentano. Ecco quindi alcuni suggerimenti su come gestire la comunicazione ed evitare che i normali conflitti di coppia diventino distruttivi invece che costruttivi.
1 regola: inviare messaggi chiari. Ciò significa che nel comunicare con il partner bisogna essere precisi. Invece che dire "non mi piace come sei fatto" è opportuno dire "non mi piace quando fai così"....e spiegare concretamente cosa non ci va.
2 regola: le parole e i gesti/le espressioni del viso devono essere concordanti. Non si può urlare NON SONO ARRABBIATA CON TE! e sperare che il partner ci creda.
3 regola: se abbiamo una critica da fare al partner è meglio farla in privato. Non è opportuno aspettare il cenone di fine anno per rivelare davanti a parenti e amici cosa non ci va di lui/lei. Finiremmo per offenderlo/a e umiliarlo/a oltremodo e per tutta risposta non troveremmo in lui/lei più alcuna disponibilità successivamente per cambiare le cose.
4 regola: non fare una critica in risposta ad una critica o durante una discussione animata. In questo caso le nostre osservazioni servirebbero soltanto a cercare di "vincere una battaglia" e non a far si che l'altro cambi realmente il suo comportamento.
5 regola: considerare lo stato d'animo del partner. Se una persona è stanca, indaffarata, demoralizzata arrabbiata, nervosa o preoccupata, quello non è in genere il momento in cui ascolterà una nostra critica, anche se costruttiva.
7 regola: fare una critica per volta. Analizzare uno ad uno i problemi vi permetterà di risolverli meglio e di non far sentire l'altro "messo all'angolo", producendo di conseguenza in lui/lei maggiore disponibilità all'ascolto e alla comprensione.
8 regola: criticare il comportamento e non la persona. Invece che dire "sei il solito distratto" dire "ti sei dimenticato di andare a prendere il pane. Puoi farlo ora?" Una critica del primo tipo si rivolge alla persona nel suo complesso e non serve a favorire un cambiamento, bensì ad indebolire l'autostima di chi la riceve.
Tra l'altro, le feste natalizie sono putroppo l'occasione in cui i conflitti nella coppia, complice una diversa routine quotidiana, la presenza di amici e parenti, i bambini che da una parte beneficiano della maggiore libertà ma dall'altra possono fare più capricci e innervosire i genitori, invece di diminuire, aumentano. Ecco quindi alcuni suggerimenti su come gestire la comunicazione ed evitare che i normali conflitti di coppia diventino distruttivi invece che costruttivi.
1 regola: inviare messaggi chiari. Ciò significa che nel comunicare con il partner bisogna essere precisi. Invece che dire "non mi piace come sei fatto" è opportuno dire "non mi piace quando fai così"....e spiegare concretamente cosa non ci va.
2 regola: le parole e i gesti/le espressioni del viso devono essere concordanti. Non si può urlare NON SONO ARRABBIATA CON TE! e sperare che il partner ci creda.
3 regola: se abbiamo una critica da fare al partner è meglio farla in privato. Non è opportuno aspettare il cenone di fine anno per rivelare davanti a parenti e amici cosa non ci va di lui/lei. Finiremmo per offenderlo/a e umiliarlo/a oltremodo e per tutta risposta non troveremmo in lui/lei più alcuna disponibilità successivamente per cambiare le cose.
4 regola: non fare una critica in risposta ad una critica o durante una discussione animata. In questo caso le nostre osservazioni servirebbero soltanto a cercare di "vincere una battaglia" e non a far si che l'altro cambi realmente il suo comportamento.
5 regola: considerare lo stato d'animo del partner. Se una persona è stanca, indaffarata, demoralizzata arrabbiata, nervosa o preoccupata, quello non è in genere il momento in cui ascolterà una nostra critica, anche se costruttiva.
7 regola: fare una critica per volta. Analizzare uno ad uno i problemi vi permetterà di risolverli meglio e di non far sentire l'altro "messo all'angolo", producendo di conseguenza in lui/lei maggiore disponibilità all'ascolto e alla comprensione.
8 regola: criticare il comportamento e non la persona. Invece che dire "sei il solito distratto" dire "ti sei dimenticato di andare a prendere il pane. Puoi farlo ora?" Una critica del primo tipo si rivolge alla persona nel suo complesso e non serve a favorire un cambiamento, bensì ad indebolire l'autostima di chi la riceve.
martedì 24 dicembre 2013
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